
Una donna nera al potere è l’esatto immaginario che Viola Davis vuole comunicare attraverso le scelte della sua casa di produzione, JuVee, e dei ruoli che interpreta di conseguenza. L’aveva già fatto con l’incredibile The Woman King di Gina Prince-Bythewood, ma non è bastato, perché il pubblico non si è dimostrato pronto e ricettivo nei confronti di un film che sgretola i pregiudizi sul passato dei popoli africani. Allora Viola Davis ci riprova con G20, dal 10 aprile su Prime Video.
La trama di G20
Danielle Sutton (Davis) presidente degli Stati Uniti, deve partecipare a una riunione del G20 in Sudafrica. All’ultimo momento decide di portare con sé i figli, insieme al marito, per punirli dopo la tentata fuga dalla Casa Bianca da parte della figlia maggiore (un genio informatico che riesce a evitare le misure di sicurezza elettroniche e che sarà poi essenziale alla risoluzione finale). Durante la prima cena, un ex soldato interpretato da Anthony Starr guida un attentato contro i leader, minacciando chiunque provi a opporsi al suo piano. Danielle, che ha un passato nell’esercito, riesce però ad affrontare l’uomo e mettere fine al disordine sanguinario.
Un action con un preciso obiettivo
G20 è un film decisamente al di sotto dello status di EGOT (artisti che hanno vinto Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award, ndr) di Viola Davis. È un film d’azione, di quelli da scazzottate, che un premio Oscar di solito rifugge. Davis invece l’ha prodotto e interpretato – grazie anche all’intenso allenamento fisico già fatto poco prima per The Woman King – con il preciso scopo di mandare un messaggio al pubblico.
Sfruttando un’estetica forse ormai datata e già vista, G20 afferma con forza che prima di tutto una donna alla regia, Patricia Riggen, è in grado di dirigere scene complesse, con elicotteri, combattimenti ed esplosioni, proprio come gli uomini che con gli action sono diventati celebri negli anni Novanta e Duemila. Inoltre Viola Davis, assumendo su di sé il ruolo di una presidente degli Stati Uniti che, nonostante le sue umane debolezze, riesce alla fine a salvare tutti, costruisce un’immagine da conservare in memoria. Per la prossima volta che il pubblico statunitense si ritroverà a votare.
Far vedere che esiste una leadership femminile competente, salda e coraggiosa – anche se solo per finta su uno schermo – è il primo passo per convincere le bambine e le ragazze a prendere parte alla vita politica. Così come è il primo passo per cambiare il sentimento comune che spesso ostacola le donne in ruoli di potere.
Certo, un film da solo non cambierà nulla, soprattutto nel clima attuale, però è comunque un tentativo di incidere sulla realtà.
Cosa non funziona
Il vero problema di G20 è altro. È la totale assenza di realismo a favore della costruzione eroica dei personaggi, che per questioni morali (del pubblico) non sono mai crudeli quanto potrebbero essere, soprattutto nel bel mezzo di un attentato sanguinario ai maggiori capi di Stato del mondo. In altre parole, c’è un problema di credibilità ogni volta che si preferisce girare una lunghissima scena di combattimento corpo a corpo, quando chi combatte imbraccia comunque mitra e pistole. Sono questi i momenti in cui la regia subisce sia il freno della morale manichea, dell’eroe solo buono e dell’antagonista solo cattivo, sia il fascino della coreografia dei maestri d’armi a spese del senso e del ritmo del film.
Se amate però gli action vecchio stile, la storia di Danielle Sutton vi sorprenderà e riuscirà a intrattenere come si prefigge. A suon di calci, pugni e quel pizzico di tensione che non guasta mai. Nascosto al di sotto c’è un messaggio femminista non da poco, che abbraccia ogni aspetto della vita di una donna che si divide tra la vita pubblica e privata, tra il ruolo di madre e quello istituzionale. Ma è qualcosa di subliminale rispetto al chiasso, anche divertente, che vi è al di sopra.
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