Gaja Masciale in Mirandolina. Foto di Serena Serrani
Gaja Masciale in Mirandolina. Foto di Serena Serrani

È un piccolo privilegio quello di riuscire a intercettare gli artisti nei giorni in cui si trovano sul palco, perché sono anche i giorni in cui le emozioni vissute in scena e le fatiche del corpo sono più vivide. I giorni in cui l’energia di un personaggio prende vita e irrompe nel mondo con la sua singolarità. È anche ciò che è successo nell’incontro – a distanza, perché in scena a Padova – di Framed con Gaja Masciale.

Gaja Masciale, classe 1997, è diplomata all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. Il suo primo ruolo mainstream è stato nel film Sul più bello di Alice Filippi e nei successivi sequel. L’abbiamo vista in I leoni di Sicilia (Disney+) e in Duse di Pietro Marcello.

In questi giorni a teatro è protagonista di Mirandolina, un potente retelling de La Locandiera di Carlo Goldoni, una produzione del Teatro Stabile del Veneto (TSV) e l’Abbey Theatre di Dublino, diretta da Caitríona McLaughlin dal testo di Marina Carr, con la traduzione e la drammaturgia di Monica Capuani.

Mirandolina fa parte del programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026 e, oltre che nei teatri del TSV, sarà in scena anche dal 24 febbraio al 1° marzo al Teatro Nuovo (Verona), il 5 e il 6 marzo al Teatro Ivan Zajc Rijeka (Croazia), dal 10 al 15 marzo al Teatro Elfo Puccini (Milano), dal 28 agosto al 5 settembre all’Abbey Theatre (Dublino).

Gaja Masciale. Foto di Maddalena Petrosino
Gaja Masciale. Foto di Maddalena Petrosino
Quella di Mirandolina, al momento, è una tournée del Nord-est italiano. C’è un motivo geografico-culturale legato a Goldoni?

Sì, il Teatro Stabile del Veneto ha voluto avviare la prima produzione o coproduzione internazionale e, insieme all’Abbey Theatre di Dublino, ha scelto, anzi ha proprio commissionato a un’autrice irlandese, Marina Carr, la riscrittura di un classico italiano. Ovviamente si è partiti da Goldoni, anche per la zona in cui ci troviamo, ma è stato possibile anche grazie al programma culturale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Come funziona questa collaborazione?

Nell’ambito delle Olimpiadi Milano-Cortina, nella sezione Cultura, lo Stabile del Veneto ha deciso di avviare questa collaborazione internazionale con Marina Carr, un’autrice con cui c’era da tempo già il progetto di lavorare insieme, solo non si sapeva bene come coniugare questo desiderio. È stato il regista Filippo Dini, direttore del Teatro Stabile del Veneto, che ha fortemente voluto questa co-produzione, proprio per avviare l’internazionalità, rispetto anche a quella che è la sua direzione del teatro. E quindi, quale occasione migliore delle Olimpiadi?

Tornando a Marina Carr, oltre a lei che scrive il testo, c’è anche un altro sguardo femminile, la regia di Caitríona McLaughlin. Qual è l’aspetto più interessante di questo retelling dalla prospettiva delle donne?

È proprio il lato più interessante del lavoro, perché quello che ha fatto Marina nella scrittura e poi Caitríona nella messa in scena e nelle direzioni di noi attori e attrici è stato prima di tutto far sposare due culture. Marina ha intravisto nella commedia di Goldoni tutto il nero che c’era sotto. Lei ama definire la sua come “una danza con Goldoni”, perché ovviamente è partita dal testo originario, però poi è come se avesse aperto degli squarci nelle zone d’ombra e vi ha infilato il suo punto di vista, la sua scrittura, la sua penna.

Invece ciò che ha fatto Caitríona è stato aiutarci a costruire un immaginario irlandese, perché Mirandolina in questo caso è una ragazza che ha ereditato il ristorante, ma siamo in un ristorante in Irlanda, a Dublino. La storia è stata traslata in un altro luogo che noi attori ovviamente non conosciamo. Non conoscevamo la cultura, ma è stato bellissimo venirne a conoscenza, entrare anche a contatto con il loro mondo, per molti versi simile al nostro, a partire dal rapporto con il cattolicesimo, però anche nuovo. C’è tutta la storia delle laundries che noi non conoscevamo, almeno io non conoscevo. Non so se ne hai mai sentito parlare.

In effetti no, di cosa si tratta?

Quando una ragazza non sposata restava incinta veniva chiusa in queste lavanderie gestite da suore, costretta ad abbandonare il figlio. C’era proprio una costrizione del desiderio sessuale, la negazione dell’emancipazione. E questo ovviamente poi è fondamentale per capire e comprendere la cultura irlandese che raccontiamo. Una cultura che mi ha stregata, con il suo legame fortissimo con le narrazioni orali. È stato bellissimo conoscerla e farsi nutrire da tutto questo.

Da questo punto di vista cosa ti aspetti, allora, dalle date a Dublino?

Oddio, non lo so. Non lo so perché all’inizio ci siamo chiesti se sarebbe stato giusto agire sul palco come ragazze e ragazzi irlandesi. Questo pensiero è stato subito debellato. Certo, loro hanno un atteggiamento diverso rispetto ad esempio a noi italiani: c’è molto meno contatto fisico. Anche quando si è in scena a noi italiani viene spesso spontaneo, magari, mettere una mano sulla spalla di un altro. Ecco, questa cosa non è molto irlandese. Siamo perciò partiti dai dettagli, dalle piccolezze.

Con noi inoltre lavora un cast tecnico tutto irlandese: sound designer light designer, costumista e scenografa. Di conseguenza, molti spettatori irlandesi stanno venendo a vedere lo spettacolo. Ciò che ci dicono spesso è di aspettarci le risate. Ci dicono: ‘Preparatevi, non vi daremo tregua’, perché in Irlanda si ride tanto a teatro, il pubblico ama ridere pur consapevole di star guardando una tragedia. In Italia, invece, se vai a vedere una tragedia ti concedi meno volentieri una risata.

E invece, dal punto di vista di Mirandolina, com’è stato rimettere in scena questo personaggio della nostra letteratura?

È stata una grandissima sfida, questa Mirandolina. Se già nel testo di Goldoni era una donna all’avanguardia, quello che per me è stato più significativo all’interno di questo viaggio è stato mettere in scena una riscrittura contemporanea. Ho sentito la responsabilità di incarnare un vero presente, un femminile, un archetipo femminile. L’aspetto più bello di questo testo è che tutti i personaggi maschili e femminili non sono né vittime né carnefici, cioè sono entrambi la stessa cosa. Sono personaggi poliedrici, spesso incoerenti, spesso non in grado di comportarsi nel modo eticamente più giusto. E questa per me è stata una scoperta avvincente.

Mirandolina, Gaja Masciale in scena. Foto di Serena Serrani
Mirandolina, Gaja Masciale in scena. Foto di Serena Serrani

Mirandolina, soprattutto, è una donna che sfida i predatori al punto da diventare lei stessa predatrice, giocando ad armi pari con la seduzione e l’ironia. Li denigra e si prende gioco di loro. Un aspetto interessante, durante le prove, è stato il lavoro che abbiamo fatto sui movimenti. Istintivamente, nell’improvvisazione, mi veniva spontaneo scappare. La regista, invece, mi ha illuminata, perché mi ha fatto capire, senza fare spoiler sul finale, che tutto ciò che accade a Mirandolina succede perché lei non scappa. Rivendica la sua libertà, per quanto possa costarle caro.

In questo senso è stata per me una bellissima sfida poter attraversare il desiderio femminile, pur raccontando un’inquietudine che riguarda tutte le giovani donne oggi.

Tornando invece un po’ indietro nel tempo, sei stata Cecilia Rinaldi in Duse di Pietro Marcello. Da chi o da cosa ti sei lasciata ispirare? Come è stata l’esperienza sul set?

L’esperienza sul set è stata folgorante per me. Ricordo benissimo quando ho visto il primo film di Pietro Marcello al cinema, frequentavo ancora l’Accademia, non lo conoscevo come autore. Usciva a Martin Eden e ricordo ancora benissimo la sensazione di quando si sono accese le luci in sala e io sono rimasta da sola con quel film che avevo appena visto. Ho proprio detto: ‘Questo è il tipo di cinema che vorrei fare’, perché coniuga e contiene tutto quello che per me significa fare cinema, fare arte.

Sul set dovevo ricordarmi costantemente che fosse reale ciò che stavo vivendo. È bellissimo sentirsi parte di un’operazione così grande, enorme. Lo senti sulla tua pelle, lo senti da come ci si comporta sul set, qual è l’obiettivo primario di tutti quanti, dal regista alle maestranze. Lo senti che l’unica direzione è un obiettivo altissimo: fare arte. È qualcosa che ti investe di responsabilità ma anche di gioia.

Ricordo benissimo che Valeria (Bruni Tedeschi, ndr) l’ho sognata per infinite notti dopo che è finito il film, perché mi ha sicuramente scardinata dall’interno. È un termine che uso perché c’è un prima e un dopo, per me, aver recitato con Valeria, seppure questo non significa che sia stato solamente un momento sereno, anzi. Ho avuto accesso a una zona dell’inconscio che ha spesso a che fare con l’essere attore.

Un’ultima domanda, rivolta invece al futuro: quali sono i prossimi progetti con il tuo collettivo Colline Far?

Colline Far è un progetto nato ormai 4-5 anni fa con i miei colleghi e le mie colleghe d’Accademia. L’idea è venuta da uno spettacolo del 2022, Gente spaesata, che parte dalla poesia di Cesare Pavese. È però uno spaccato, della gioventù contemporanea. Un ritratto, non voglio dire giovanile perché odio questo termine, però capace di cogliere qualcosa nella realtà dei giovani. L’abbiamo portato nei luoghi più disparati, dai centri sociali ai teatri e tutti i ragazzi e le ragazze che lo vedono ci ringraziano con le lacrime agli occhi, perché dicono di vedersi finalmente rappresentati.

Colline Far quindi è sicuramente la mia compagnia, che ho con i miei fantastici colleghi e colleghe, Sofia Russotto, Michele Eburnea, Filippo Marone, Flavio D’Antoni e tanti e tante altre. È un collettivo con l’obiettivo di scrivere testi di drammaturgia inedita, metterli in scena e trovare una produzione. E se non troviamo una produzione lo facciamo nei posti più punk. Adesso Gente spaesata andrà in scena al Franco Parenti di Milano, a maggio, e questo ci rende molto orgogliosi perché comunque è uno spettacolo che è puro artigianato, e questo ci soddisfa diecimila volte di più. Inoltre anche l’idea di confrontarsi con un’autorialità è oggi molto importante, perché in questo momento storico non esiste più la settorialità, cioè all’attore e all’attrice non è più richiesto di essere solo attore e attrice. Dipende ovviamente dai tipi di teatro o di cinema che fai, però devi essere autrice in scena di te stessa e quindi, in questo sensom svilupparla e coltivarla quotidianamente con le persone che stimi è una grandissima possibilità.

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