Prove La traviata - PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni

Prove de La traviata – Regia Mario Martone – Opera di Roma – PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni

È andata in onda su Rai3, venerdì scorso, la nuova produzione de La traviata al Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Mario Martone.

La nuova produzione de La traviata dell’Opera di Roma ha sollevato molte critiche e perplessità. Da un punto di vista scenico-registico c’era il rischio che questo allestimento fosse una riproposizione di schemi e dinamiche già impiegate da Martone nel Barbiere di Siviglia lo scorso dicembre. E invece no: questa Traviata è un prodotto totalmente diverso dall’allestimento dell’opera rossiniana, e allo stesso tempo molto riuscito (nonostante le critiche ricevute).

L’UTILIZZO DELL’EDIFICIO TEATRALE

Di fronte all’entusiasmo del pubblico meno esperto, gli addetti ai lavori e i melomani hanno sottolineato che l’idea di uscire dal palco per utilizzare tutto l’edificio teatrale è cosa ormai vista e rivista. È senza dubbio una giusta obiezione: solo nell’ultimo mese questa idea scenico-registica è stata impiegata per Adriana Lecouvreur a Bologna e già per un’altra Traviata (a Catania). D’altronde lo stesso Martone aveva già utilizzato gli spazi del Costanzi per il suo Barbiere di Siviglia per l’apertura della stagione dell’Opera di Roma. Tuttavia, per quanto non si tratti di una scelta registica nuova, non si può farne un elemento negativo a priori.

Ciò che differenzia questi allestimenti (e permette di dire se una produzione funziona o meno, indipendentemente dall’originalità) è il modo in cui lo spazio viene gestito.

LA GESTIONE DELLO SPAZIO DEL TEATRO- Differenze tra Traviata e Barbiere

Per il Barbiere lo spazio teatro (vuoto) era utilizzato come simbolo. Si voleva principalmente porre attenzione sulle condizioni dei lavoratori del teatro, mostrando il mondo dietro uno spettacolo: inquadrando corridoi, retropalco, e le maestranze coinvolte. Ne La traviata questa lettura simbolica è comunque presente (Violetta che spira di fronte a una platea vuota) ma rimane secondaria. Qui gli spazi del Costanzi funzionano come vero e proprio set: velluti, oro e marmi sono contestualizzati nell’ambientazione.

 La traviata  - Regia Mario Martone - PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni
La traviata – Regia Mario Martone – Opera di Roma – PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni

Martone sceglie di trasporre l’ambientazione proprio nel contesto del teatro (che è estremamente diverso dal servirsi simbolicamente dello spazio teatro). Una scenografia che si trova già pronta, ed è perfetta così com’è. Proprio nell’ottica di questa trasposizione non deve far gridare allo scandalo che la casa di Violetta sia resa come una casa dei piaceri. Martone mostra il teatro nell’Ottocento, visto più come luogo di aggregazione, per divertirsi con amici e amanti, che come luogo di cultura. Bella quindi l’idea di proporre il primo incontro tra i due protagonisti, così come è raccontato nel romanzo di Dumas (La Dame aux camélias), avvenuto appunto in un palchetto.

LO SPAZIO PALCOSCENICO

In questa lettura teatrale il palco è il luogo dove si consumano le vicende della protagonista. Centro nevralgico di questo spazio è il letto di Violetta, su cui gli uomini impilano i loro cappotti: un’immagine simbolica, di critica alla società perbenista borghese che se da un lato pone un marchio di infamia sulla protagonista (il rosso sfacciato del copriletto) dall’altro se ne serve.

Prove de La traviata - Lisette Oropesa e il regista Mario Martone - PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni
Prove de La traviata – Lisette Oropesa e il regista Mario Martone – Opera di Roma – PH. CREDIT: Fabrizio Sansoni

Nel secondo atto lo spazio palcoscenico cambia. Violetta si fa protagonista di una messinscena in cui interpreta la parte di una donna spensierata, emancipata e felice, in un mondo idilliaco e sereno. Una regia che lei stessa si è costruita ma, che sa, ben lontana dalla realtà. Il letto qui non è più il ricettacolo della lussuria, ma un candido talamo nuziale, depositario di speranze e di una famiglia. Sarà Germont a smantellare letteralmente questa messa in scena. Le telette degli alberi dipinti vengono calate e rimane il nudo palcoscenico con la parete spoglia del retropalco.

Alla fine la protagonista muore sola, dimenticata: muore su un palco di un teatro vuoto, né pubblico né orchestrali, senza nessuno ad applaudirla – potente allusione alla condizione dei teatri, totalmente dimenticati dalle istituzioni.

UN PRODOTTO TELEVISIVO

Se già con l’esperimento del Barbiere Martone ha proposto una regia d’opera pensata veramente per la televisione (e proprio per questo aveva scelto di firmare anche la regia televisiva), questa produzione de La traviata ha potuto sostenere a testa alta una prima serata del venerdì sera su Rai3 (ne sono la prova gli oltre 960.000 spettatori). Le varie critiche mosse alla regia sembrano non aver considerato che questa produzione nasce come prodotto televisivo (realizzato dal Teatro dell’Opera di Roma e Rai cultura): non è uno spettacolo teatrale e nemmeno un film-opera (come è stato definito).

Parla un linguaggio televisivo, parla al pubblico “popolare”, e lo fa senza scadere nella semplificazione o nel commerciale.

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