MLK/FBI Sam Pollard - myMovies

MLK/FBI è il documentario di Sam Pollard su una delle pagine più buie del Federal Bureau of Investigation: la caccia ai segreti di Martin Luther King Jr.

È stato presentato al Toronto Film Festival a settembre (2020) e da quel momento ha attraversato, turbato e risvegliato le coscienze del pubblico oltreoceano. In Italia sarà distribuito prossimamente da Wanted Cinema, ma ha avuto un’unica anteprima alla 30ª edizione del FESCAAAL . Il Festival del Cinema Africano, d’Asia, d’America Latina che è online su MyMovies fino al 28 marzo.

MLK/FBI: la questione etica e la questione politica

È giusto parlare delle intercettazioni rubate alla vita personale e sessuale di Martin Luther King o si rischia di diventare complici di quell’abuso? Con questo quesito etico Pollard sceglie di aprire il suo documentario, giustificando anche e innanzitutto il dovere e il diritto di cronaca. Al contempo si impegna però nel dare un ritratto più possibile senza filtri dell’ingiustizia perpetrata ai danni del Reverendo King nella metà degli anni Sessanta.

Tutto inizia dall’ossessione di J. Edgar Hoover, a capo dell’FBI per 48 anni, per Stanley Levison, ex membro del Partito Comunista e poi consigliere di Martin Luther King. Per Hoover questa collaborazione era la prova lampante che il Movimento per i Diritti Civili fosse manovrato da burattinai ben più importanti, in Unione Sovietica. Era ossessionato dal Black Messiah, l’idea che gli afroamericani avrebbero prima o poi trovato un leader abbastanza forte da sovvertire l’intero sistema basato sul suprematismo bianco. E come tutti i suprematisti, ne era profondamente terrorizzato.

King, tuttavia, non era nemmeno il leader dell’intero Movimento per i diritti civili che, va ricordato, era collettivo e costituito da molte associazioni e una moltitudine di donne e uomini, spesso messi in ombra dai grandi nomi. Inoltre, il Reverendo affermava esattamente il contrario riguardo il legame con il Comunismo, ossia che incredibilmente i seguaci del Movimento non-violento rimanevano “ragionevoli, assennati e patriottici”, nonostante il trattamento riservato loro dallo Stato. In altre parole, rifiutavano il Comunismo quando avrebbero potuto usarlo come strumento di totale rottura (cosa che infatti fece poi il Black Panther Party).

Martin Luther King decise perciò di non interrompere la collaborazione con Levison, persino nonostante le pressioni di John e Robert Kennedy. Il passo verso le intercettazioni incriminate fu molto breve. Nel tentativo forsennato di scoprire del marcio su Levison, infatti, l’FBI arrivò per puro caso a registrare alcuni incontri extra coniugali del Reverendo King con diverse donne.

MLK/FBI Poster ufficiale - IFC Films
MLK/FBI Poster ufficiale – IFC Films

Dal politico al personale e dal personale al politico

Nella pruriginosa e puritana cultura statunitense, dettagli così intimi di un leader politico diventano armi per eliminarlo completamente. Fu così che l’FBI cambiò obiettivo e si focalizzò insistentemente sull’attività sessuale di King per umiliarlo e per distruggere il “baluardo morale” che rappresentava. Ancora una volta Hoover ne sembrò perdutamente ossessionato. Questa volta perché, però, era coinvolta anche una sessualità libera che lui reprimeva prima di tutto in se stesso (nascose sempre la sua omosessualità). È impossibile tuttavia capire fino in fondo la gravità delle azioni del Bureau senza chiarire la presenza di grandi pregiudizi razziali in questo specifico caso.

La sessualità dell’uomo nero, del black buck, nella narrativa bianca è sempre stata rappresentata e tramandata come pericolosa, violenta e bestiale. Per spiegarne il perché servirebbe un saggio a parte, poiché ormai è diventato un archetipo degli African American Studies. MLK/FBI però lo spiega brevemente e in maniera efficacissima, mostrando anche esempi cinematografici della rappresentazione distorta a cui accennavo, da Griffith (The Birth of a Nation) in poi. In questo caso basta comprendere comunque che la minaccia costituita dalle scappatelle di King toccava corde molto più profonde dell’apparenza. Era ed è ancora un problema di grave razzismo, di sessualizzazione estrema e reificazione dei corpi neri.

Il diritto di opporsi, il diritto di parlare

Dal 1964 fino alla morte, dunque, Martin Luther King diventa una figura controversa, attaccata spesso su più fronti dall’opinione pubblica e dalla stampa. Anche se alcuni lettori tra voi forse stanno scoprendo solo adesso l’esistenza di questa vicenda. Non se ne parla spesso. Io stessa l’ho scoperto solo pochi anni fa guardando Selma di Ava DuVernay, film in cui si accenna brevemente al contenuto delle intercettazioni. Fortunatamente questo significa che l’eredità del Dottor King è intatta e probabilmente rimarrà tale anche quando i nastri in questione saranno completamente desecretati, nel febbraio 2027. Chi l’ha sempre saputo, però, ovviamente è la comunità afroamericana che ha visto fare a pezzi un suo leader così importante, che proprio in quegli anni riceveva anche il massimo onore morale al mondo, il Nobel per la Pace.

Raccontare questa storia allora diventa necessario, per rendere giustizia a tutti loro. Per evidenziare la malafede con cui si mosse l’FBI, che ancora nella cultura popolare statunitense era il baluardo della rettitudine, dei salvatori a immagine e somiglianza di Hoover. Diventa necessario per ricordare che, tra le altre cose, l’FBI inviò il meglio di quelle registrazioni direttamente alla moglie del Reverendo, Coretta Scott King, accompagnandole con una terribile lettera. You know what to do, diceva, suggerendo ambiguamente a MLK di suicidarsi entro 34 giorni.

Martin Luther King affrontò le ultime sfide della sua vita con questo enorme peso emotivo da affrontare, questo senso di minaccia incombente. E lo si nota bene nelle immagini che Pollard sceglie verso la fine del documentario. L’unico suo alleato in quel periodo sembrava essere il Presidente Lyndon B. Johnson (che firmò il Voting Rights Act dopo le marce su Selma). Perse anche il suo appoggio, tuttavia, a un anno esatto dal suo assassinio: il 4 aprile 1967. Quando cioè, dopo un silenzio prolungato, MLK si pronunciò con fermezza contro la Guerra in Vietnam.

Traslando quelle stesse parole, del Riverside Speech, voglio allora concludere e rispondere al quesito etico iniziale, consigliandovi di recuperare il prima possibile MLK/FBI: A time comes when silence is betrayal. [Arriva un momento in cui il silenzio è un tradimento]. È arrivato il momento di parlare allora, ma è necessario anche non rubare il microfono e la voce a chi più di tutti ha il diritto di raccontare questa storia. Anche per questo è ottima la scelta di Pollard di lasciare la parola a riconoscibili voci fuori campo, tra cui Andrew Young e Clarence Jones. Entrambi amici di Martin Luther King, rispettivamente direttore del SCLC (Southern Christian Leadership Conference) e consigliere personale del Reverendo.

Somewhere I read of the freedom of assembly. Somewhere I read of the freedom of speech. Somewhere I read of the freedom of press. Somewhere I read that the greatness of America is the right to protest for rights. And so just as I said, we aren’t going to let dogs or water hoses turn us around. We aren’t going to let any injunction turn us around. We are going on.

I’ve Been to the Mountaintop – 03/04/1968 – L’ultimo discorso di Martin Luther King, a Memphis
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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