never have I ever (non ho mai) stagione 3
Courtesy of Netflix © 2022

Mindy Kaling l’ha fatto di nuovo: la terza stagione di Never Have I Ever (Non ho mai… in versione italiana) è un gioiello di scrittura, sempre coerente con le premesse iniziali ma capace di crescere ed evolversi.

Ritroviamo la protagonista Devi Vishwakumar (Maitreyi Ramakrishnan) così come l’avevamo lasciata, ufficialmente in coppia con Paxton Hall-Yoshida, il bello e popolare del liceo. Fin dal primo episodio Paxton (Darren Barnet) è idealizzato da Devi come il più classico degli stereotipi, un’icona da ammirare più che un ragazzo in carne e ossa con il quale confrontarsi. Nel tempo, tuttavia, e anche grazie al rapporto schietto con Devi, Paxton è maturato e ha acquisito una notevole profondità psicologica, diventando uno dei personaggi più apprezzati della serie. È lui, per esempio, che si fa portatore di uno dei numerosi messaggi – l’importanza di amare se stessi per poter stare in relazione – che vale la pena sottolineare in questa terza stagione. Impotente di fronte all’insicurezza di Devi e al suo continuo guardare la loro relazione attraverso gli occhi degli altri, Paxton infatti rompe l’idillio iniziale, dando così spazio a nuovi intrecci.

La grande novità di questo terzo capitolo è l’introduzione del personaggio di Des (Anirudh Pisharody), ragazzo indiano con cui Devi trova particolare affinità riuscendo a vivere finalmente una relazione serena. È significativo che Mindy Kaling abbia voluto sottolineare questo passaggio fondamentale della vita e della salute mentale di Devi con un personaggio culturalmente più simile a lei, che inoltre mancava nella serie.

Des, come dice una battuta nella serie, è la perfetta unione fra Paxton e Ben, con qualcosa in più. Guai però a dimenticarsi effettivamente di Ben Gross (Jaren Lewinson). Come già sottolineato in un nostro precedente articolo, lui è parte attiva della narrazione, co-protagonista e controparte di Devi. L’ormai classico sesto episodio della serie, in cui cambia la voce narrante per raccontare il suo punto di vista ne è l’ulteriore prova.

La scrittura

La seconda stagione sembrava aver perso smalto e ritmo, con una Devi più immatura che mai, incapace di prendere decisioni e con il suo straordinario talento nel fare sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato.

La narrazione della terza stagione riprende con fermezza le storie secondarie, sviluppandole in modo inedito e divertente – come la storia fra Eleanor e Trent – inoltre dà spessore alle vicende di Devi, stratificando una serie di situazioni e sentimenti crescenti che giustificano il finale. Un esempio è dato dalla racchetta di legno di John McEnroe, un dettaglio che arriva all’improvviso (durante il cameo di Deacon Reese Phillippe, figlio di Reese Witherspoon) e che innanzitutto spiega meglio il legame fra la protagonista e la voce narrante del grande tennista. Fa inoltre riaffiorare un aspetto psicologico rimasto sottotono nella seconda stagione: il pesante ruolo che la morte del padre di Devi gioca nel suo comportamento e nella sua paura del futuro. Tutta la serie ruota attorno a questo sentimento, prendendo diverse forme e in questa stagione diventa di nuovo molto chiaro.

Non mancano comunque momenti esilaranti, di quell’umorismo che solo Mindy Kaling è capace di portare nella commedia mainstream e che lei difende a gran voce, per dare spazio – come ha dichiarato di recente – a chi non ha interesse nel rivedersi nel glamour complicato di Euphoria, ma cerca un prodotto teen semplice, diretto e vero, in cui riconoscersi, ridere e imparare qualcosa di sé.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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