No Other Choice. Courtesy of Lucky Red
No Other Choice. Courtesy of Lucky Red

Non c’è altra scelta. Ce lo dicono spesso, esplicitamente o meno. Non c’è altra scelta che vivere in un mondo diviso tra poveri e ricchi, tra sfruttati e sfruttatori. Non c’è altra scelta che imporsi nella competizione crudele per stare sulla zattera di chi ce la fa. Non c’è altra scelta che adeguarsi a un sistema dove i più grandi (singoli, aziende o Paesi) si mangiano i più piccoli. Non c’è altra scelta che riarmarci contro altri popoli, essere complici di genocidi (ma guai a chiamarli così), rimuovere il diritto anche come dato formale. Non c’è altra scelta che seguire la legge del più forte.

S’intitola No Other Choice – Non c’è altra scelta il nuovo lungometraggio di Park Chan-wook, in sala per Lucky Red dal 1° gennaio 2026, dopo essere stato acclamato (ma non premiato…) all’82ª Mostra del Cinema di Venezia. E parla di tutto quello che dicevamo prima. Di un sistema che ci rende sempre meno umani. Perché anche restare umani è un fatto di scelte.

La (tragi)commedia dei carnefici

Non è la prima volta che il discorso del regista sudcoreano ruota sulle scelte, e su un mondo spietato dove la libertà individuale è ostaggio di un gioco al massacro troppo più grande di ciascun individuo. Era così nel trittico che gli ha dato notorietà internazionale, quello di Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes) e Lady Vendetta (2005). Era così nel più recente noir hitchcockiano Decision to Leave (2022, Prix de la mise en scène alla Croisette). Ed è così in No Other Choice (Eojjeol suga eopda, che letteralmente significa “Non posso farci niente”), adattamento del romanzo di Donald E. Westlake The Ax (1997).

Lo aveva già trasposto sul grande schermo il greco Costa-Gavras con Cacciatore di teste (2005), e l’assunto era infatti il medesimo: padre di famiglia borghese, con una buona posizione nell’industria della carta, perde il posto e per anni non riesce a trovarne un altro all’altezza delle sue competenze e del tenore di vita che non vuole perdere. Finché non decide di cambiare metodo per assicurarsi l’assunzione: rintracciare i concorrenti che aspirano al suo stesso incarico. E ucciderli, uno ad uno.

Nel portare in scena lo stesso apologo, però, Park ne esalta le componenti più grottesche e allucinate, accrescendo la carica di umorismo nero (non per nulla il film è candidato ai Golden Globe tra le commedie, oltre che fra i lungometraggi in lingua non inglese). E scatena il suo stile barocco come non accadeva da un po’. Ma benché eccessivo, stridente e apparentemente saturo di elementi, non c’è niente di casuale o gratuito in No Other Choice, che, invece, funziona con principi quasi matematici, come un teorema, o un concerto (e, anche prescindendo dall’importanza, enorme, che ha la colonna sonora nel suo cinema, c’è sempre qualcosa di musicale nel modo in cui il regista muove il proprio sguardo e scandisce le proprie inquadrature).

No Other Choice_3. Courtesy of Lucky Red
No Other Choice_3. Courtesy of Lucky Red

L’overture di questa macabra opera buffa è la scena d’apertura, apparentemente troppo lunga, ma a ben vedere integralmente necessaria: presentandoci, in una luce da sogno a occhi aperti abbastanza bello da non poter restare vero, l’idilliaco quadretto familiare del protagonista Man-soo. Intorno a lui abbiamo una moglie e due giovanissimi figli che lo amano, una villetta acquistata col frutto del lavoro di cui può andare fiero, due adorabili cani. E un’anguilla che l’uomo sta cucinando. Occhio alle povere creature ittiche nel cinema di Park (in Old Boy c’era un polpo vivo): sono il primo e ultimo anello della catena gerarchica di pesci (e di umani) che si divorano a vicenda. E sono la spia dell’inganno in cui si muove il personaggio principale: come il Dae-su di Old Boy non sapeva di essere manovrato e ipnotizzato dal suo misterioso aguzzino, così Man-soo ignora che il gentile omaggio dell’anguilla da parte dei superiori è il preludio al suo licenziamento.

Al ballo mascherato della perdita di umanità

Ciò che segue è una discesa agli inferi, secondo un copione classico ma ancora attuale: prendi la società odierna, mettici un individuo fortunato che crede di poter conciliare valori di correttezza, empatia e solidarietà col proprio benessere personale. A un tratto, togli quest’ultimo da sotto i suoi piedi. E aspetta che l’agnello diventi, o si scopra, lupo. Man-soo aspetta due anni, fiducioso di poter ripristinare, tra curricula e colloqui, la sua bolla di normalità. Ma questa è già irrimediabilmente scoppiata, lasciandolo nudo in mezzo all’arena di predatori chiamata globalizzazione (gli statunitensi hanno acquistato la sua ex azienda, e la carta che per lui non ha segreti è un materiale ormai svalutato). Per tenere a galla sé e i propri cari, recuperando tutti i beni e i comfort derivati dal vecchio status di ingranaggio privilegiato nella turbina capitalista, Man-soo deve farsi predatore anche lui, gettare la maschera. O meglio, indossarne consapevolmente una, quella dell’uomo retto che non potrà più (fingere di) essere.

Per reggere la scissione, il nostro antieroe piccolo piccolo si ripete quella frase, come un mantra o un freudiano segno della croce compulsivo: «Non c’è altra scelta». Lo sussurra più volte a sé stesso. Ma la goffagine involontariamente ridicola con cui esegue i delitti denuncia non solo e non tanto l’impreparazione pratica al ruolo di assassino, ma la ritrosia morale ad abbandonare la sua vecchia pelle di cittadino onesto e inoffensivo, trasformandola in abito posticcio perché tutto apparentemente resti, anzi torni, come era. È il dubbio ostinato che un’alternativa possa in realtà ancora esserci a rendere così insicuro, e dunque maldestro, il rispettabile papà e coniuge omicida.

No Other Choice_2. Courtesy of Lucky Red
No Other Choice_2. Courtesy of Lucky Red

Dunque, quando Man-soo inizia ad attuare il piano tragicomico, anche Park scopre le carte: il suo teorema-concerto è un ballo. In maschera. La sequela di crimini e misfatti è una teoria di travestimenti, enfatizzati dai virtuosismi di scrittura e regia: si maschera, simulando e raggirando, il protagonista per compiere gli agguati, con esiti farseschi (il doppio e triplo guanto che si leva per mostrare la pistola è la perfetta sintesi, e quasi una geniale auto-parodia del filmmaker). Si mascherano marito e moglie nei volteggi della loro crisi. Sono maschere, a modo loro, le vittime di Man-soo, prigioniere di un’alienazione che colpisce tanto chi non ha (più) un lavoro quanto chi lavora troppo, chi è lasciato indietro dal tempo e chi corre parrossisticamene al suo passo. È una maschera lo stesso attore protagonista, Lee Byung-hun, rimandando al ruolo che gli ha dato notorietà planetaria, quello del Front Man (mascherato, in molti modi diversi) di Squid Game. Che, in fondo, racconta la stessa storia di No Other Choice, pur con mezzi e risvolti diversi.

L’ultimo numero di danza è nella straordinaria sequenza finale del film (SPOILER ALERT): Man-soo ha vinto, l’azienda lo ha preso, la letizia in famiglia ristabilita, i sospetti degli inquirenti scongiurati. Il prezzo da pagare: l’eliminazione chirurgica degli altri scomodi esseri umani intorno a sé, e (quindi) dell’essere umano in sé. Infatti ora non ci sono più altre persone, a parte lui, nella fabbrica. A circondarlo, le macchine automatizzate, che eseguono la loro beffarda e distopica coreografia. Il capitalismo 2.0, cinico ed elitario, non può fare a meno di tutti i lavoratori in carne ed ossa, ma della maggior parte sì. Siamo proprio sicuri che non ci sia altra scelta?

In breve

Il nuovo lungometraggio di Park Chan-wook è un film grottesco e spietato che mette in scena, attraverso uno stile barocco e destabilizzante (caro al regista di Old Boy), ma lucido e puntuale come un gelido teorema, la discesa agli inferi di un padre di famiglia borghese per riconquistare la sua fetta di benessere fra le spire del capitalismo contemporaneo. Di cui il cineasta sudcoreano mette in scena vittime e carnefici, scissioni e ipocrisie, come un ipnotico ballo in maschera. Da vedere, (anche) per riflettere sulle derive disumanizzanti del sistema in cui viviamo.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.
no-other-choice-park-chan-wook-trama-recensione Non c’è altra scelta. Ce lo dicono spesso, esplicitamente o meno. Non c’è altra scelta che vivere in un mondo diviso tra poveri e ricchi, tra sfruttati e sfruttatori. Non c’è altra scelta che imporsi nella competizione crudele per stare sulla zattera di chi...