Salvatore
Paky, Salvatore

Sono finiti i tempi in cui si girava a Rozzi, sì frate a Rozzi e chi lo sa meglio di tutti è Paky, che ora, a Rozzano, non ci vuole più morire.

A discapito delle illazioni dei boomer e dei fautori del rap old school, che additano i giovani d’oggi come tamarri ignoranti che confezionano banger e spariscono, Paky ha dimostrato che le chiacchiere stanno a zero.

Il primo album in studio di Vincenzo Mattera – questo il suo vero nome – Salvatore, è un viaggio in diciassette tracce, un notturno tra le case popolari, in bilico tra realismo di strada e immaginario pop. Un lavoro solido, che sta in piedi dall’inizio alla fine e che scopre le sue carte vincenti poco alla volta, puntando alla completezza, in barba allo skip rate.

Secondigliano regna

Sembra di vederlo, Vincenzo, mentre ringhia nel microfono, un po’ col grugno rabbioso da scugnizzo, un po’ con la disillusione e la noia della GenZ, che non è più abbagliata dai grillz e i bling blaow della trap. L’arrivo della drill dalla Francia e dal Regno Unito aveva riacceso i riflettori sui luoghi che la scena italiana sembrava aver dimenticato, dopo la definitiva consacrazione della trap come nuovo pop.

Ora gli occhi sono tutti puntati sulle nuove leve, che stanno riportando l’attenzione sulle storie, sulle narrazioni di quegli stessi immaginari da cui tutto era partito. Ma mentre Sfera Ebbasta è a New York e Achille Lauro è al Festival di Sanremo, Paky è ancora tra i palazzoni di cemento di Rozzano – e con lui Sacky, Baby Gang, Rondo e tutti gli altri, che stanno sgomitando per arrivare in cima.

Ecco che Salvatore suona come un grido di battaglia, una haka che potrebbe davvero spaventare gli avversari. La produzione si rifà al mondo del rap classico per la maggior parte delle tracce dell’album: voce piuttosto secca e in primo piano, per puntare tutto sulla lirica e sulla pasta naturale della vocalità di Paky, materica, nasale, a tratti strozzata. Che le soluzioni liriche non siano troppo raffinate e costruite è evidente, ma la forza della narrazione che questo album mette in piedi sta proprio qui: è ingenua, è vera, è concreta.

Paky, Salvatore

Musicalmente siamo nel 2022: Paky ha 22 anni e non ha niente da dimostrare ai nostalgici dell’old school e nemmeno a quelli di “Crack Musica”. C’è l’autotune e il cantabile di Comandamento con Geolier, c’è la drill di 100 Uomini, c’è il beat un po’ vintage di Quando piove. Ci sono Sick Luke e Night Skinny e pochi featuring piuttosto oculati: Marracash, Shiva, Guè Pequeno, Geolier, Luchè e Mahmood. Un dream team.

Gomorra blues

Basta la settima traccia, omonima dell’album, una registrazione diretta, forse fatta con il cellulare, forse con un microfono da poco, in cui Paky racconta della morte dello zio, della sua situazione di un costante e lento soffocare, “come un impiccato”, della rabbia da cui è scaturito questo album.

Sembra di sentire un monologo di Genny Savastano. Ma è tutto qui: il superamento della rarefazione testuale della trap ma anche del lirismo del rap, un immaginario criminale che suona più  come giocare a guardie e ladri, che come un attaccamento morboso alla street credibility. E Paky è lo Scarface innocente di cui la scena italiana aveva bisogno.

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Clarissa Missarelli Author
Da sempre affascinata e appassionata di cultura pop, sfrutto la mia laurea in DAMS e la mia formazione musicale per far accapponare la pelle a chi non vede l'evidente somiglianza tra Sfera Ebbasta e Fabrizio De André. Guardo, ascolto e leggo di giorno e scrivo di notte, se ho qualcosa da dire. Per conoscermi meglio, l'importante è tenere a mente due cose: la mia parte preferita della giornata è l'aperitivo e la settimana di Sanremo è più importante del mio compleanno.

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