Siccità
@ Greta De Lazzaris

È Siccità l’ultimo film di Paolo Virzì, una commedia fantascientifica presentata fuori concorso a Venezia79 e distribuita da Vision Distribution. 

Un cast di attori ricchissimo: Silvio Orlando, Claudia Pandolfi, Vinicio Marchioni, Tommaso Ragno, Max Tortora, Gabriel Montesi, Emanuela Fanelli, Monica Bellucci e Diego Ribon.

Già con Il capitale umano (2013), film pluripremiato ai David di Donatello, è ben chiaro come il regista riesca a unire con maestria le realtà di più personaggi, riconducendoli insieme a un unico destino. Tutti sottoposti al giudizio universale di una società attenta al superfluo e poco accorta al necessario.

L’opera si basa su una trama apocalittica, una Roma arida, soffocante, priva di piogge da ben tre anni. Il Tevere è ormai inesistente e le persone sono chiamate a dover fare i conti con le riserve d’acqua contingentate e le lunghe file per accaparrarsi gli approvvigionamenti distribuiti dalla protezione civile. E poi la “malattia del sonno”, causata dal gravissimo stato di siccità, che inizia a mietere le prime vittime. Sudorazione, stanchezza, astenia e piani sequenza color sabbia arancione: è questo lo scenario futuristico che Virzì mette in scena. Un clima di massima aridità che aderisce perfettamente alle ponderose pareti del genere umano.

Un disastro annunciato, un avvertimento o semplicemente una grande fantasia, quella del regista, che ci porta a pensare, a riflettere e immaginare una dimensione non poi così lontana da quella che si prospetta oggigiorno.

Un pianeta, che chiede aiuto all’umanità, troppo distratta dal riempire il proprio ego e la sua esistenza tutta.

Un Don’t Look Up tutto italiano

Un Don’t Look Up tutto italiano, nel quale vi è un pieno sovvertimento dei valori. Viene data voce all’inettitudine, mentre le notizie di reale e gravosa entità vengono gettate nel largo bacino dell’incuranza.

Roma versa in un gravissimo stato di calamità naturale, ma alle persone questo non importa, ciò che è rilevante è curare i propri fiori, sperando che la pianta preferita non muoia.

Dall’ultima opera di Virzì emerge un lato etico considerevole, un’inversione di rotta sociale, un capovolgimento dei mondi. Una realtà nella quale un ragazzo africano (Malich Cissè), proveniente dal cosiddetto e ormai anacronistico terzo mondo, è l’unico in grado di spiegare ai cittadini, di un Paese economicamente sviluppato e tecnologicamente avanzato, come poter utilizzare l’acqua evitando gli sprechi. La domanda sorge spontanea: “Qual è veramente il Paese sottosviluppato?”.

La siccità nelle relazioni umane

E poi ci sono i sentimenti, i fallimenti, le frustrazioni dei singoli personaggi della storia, che si intrecciano e non si fermano, nonostante lo scenario apocalittico. Continuano a correre e rincorrere uno stato di serenità e di consapevolezza inesistente, impossibile da raggiungere. Una corsa forsennata, che toglie il fiato, che soffoca, tanto da non far comprendere più, se la loro arsura costante e implacabile dipenda dal clima arido o dalla continua rincorsa verso un equilibrio emotivo utopistico.

Il regista ricostruisce una città popolata da persone che hanno smarrito la strada, e che cercano in tutti i modi di ritrovarla.  

Un versante di torrida instabilità, storie di vita vissuta che delineano il dramma nel dramma. Un’assenza di identità, così come dell’acqua. Amori persi, legami distrutti, figlie deluse e vuoti esistenziali da colmare

Siccità evoca un messaggio avveduto e universale: l’acqua come elemento vitale e necessario, che sugella il legame simbiotico e inscindibile tra l’umanità e la Terra. Non a caso è la componente che costituisce l’80% sia del nostro Pianeta che del corpo umano. Una similarità da rispettare, coltivare e da non sottovalutare mai, e che Virzì riporta sul grande schermo in modo fantascientifico, comico e tragico.

L’aridità provoca l’estinzione del mondo, tanto quanto la siccità dei sentimenti causa la decadenza del tessuto sociale. Siamo tutti strettamente connessi dal flusso del dinamismo globale e relazionale. 

La speranza riposta nella danza della pioggia

Da parte della regia, la visione catastrofica non è restituita in modo draconiano. Paolo Virzì insiste sulla tragedia idrica ed emotiva, ma non la condanna. Non vuole colpevoli nella sua trama, ma esclusivamente ripristinare una compassione “schopenhaueriana” condivisa, che invita donne e uomini ad abbracciarsi e a ballare la danza della pioggia, nella speranza di un futuro migliore.

Il Mondo o lo si fa insieme, o non lo si fa.

Siccità di Paolo Virzì dal 29 Settembre è al cinema.

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Annamaria Martinisi Author FRAMED Magazine
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.

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