
Se venisse anche l’inferno, diretto da Samuele Rossi, viene presentato come Evento Speciale alle Giornate degli Autori nell’ambito dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia.
Primo film di finzione prodotto da Echivisivi (società di produzione cinematografica indipendente fondata dallo stesso Rossi con Giuseppe Cassaro), è ambientato sulle Alpi nell’inverno del 1944; lì Gio (Luca Tanganelli), un giovane partigiano ventenne, sopravvive. Mentre la sua brigata è stata completamente sterminata, lui continua a resistere nel freddo che gli spezza le ossa, senza cibo, senza una prospettiva reale di rincontrare altri partigiani e riuscire a superare quella stagione ostile, sia meteorologica che politica.
Samuele Rossi realizza un film che trasporta chi guarda nella stessa dimensione di Gio, con estrema immediatezza grazie alle intuizioni visive e tecniche sfruttate per restituire a pieno il senso di pericolo, claustrofobia, incertezza (come l’uso del formato 4:3).
Come ti senti per l’accoglienza ricevuta a Venezia, soprattutto da parte delle Giornate degli Autori?
Sto riuscendo un po’ in questi giorni a staccare dall’adrenalina del momento. Non è stato un successo completamente inatteso, perché avevamo capito subito che il film era piaciuto tanto ai selezionatori. Le sensazioni erano molto buone, ma essendo un progetto produttivamente insolito e non strutturato, le dinamiche non vanno sempre come vorresti. Invece le cose sono andate molto meglio di quanto speravamo e siamo davvero felici. Sapevo che produttivamente potevamo fare fatica, ma l’eccezionalità del film sta anche in quello. Per la Mostra era un outsider, ma le Giornate degli Autori ne hanno fatto subito un valore da tutelare.
Questo film non sarebbe mai stato realizzato se avesse seguito i percorsi produttivi tradizionali: l’ho scritto tra luglio e agosto 2024 e abbiamo finito le riprese a febbraio 2026. È nato sulle ceneri di una mia stanchezza, perché l’altro film che avrei dovuto girare era ormai su un binario morto. Ho deciso di fare un film di finzione piccolo, con la mia società e persone di fiducia, con l’obiettivo di realizzarlo velocemente.
Il tuo primo documentario, La memoria degli ultimi, era dedicato al racconto della Resistenza. In questo film riprendi quella tematica in chiave di finzione. Quanto c’è del documentario in questa sceneggiatura?
Sento molto il film legato a quel periodo. I sette partigiani raccontati nel documentario, a cui c’è una dedica nei titoli di coda, mi hanno lasciato segni profondi come essere umano e come sguardo sul mondo. Il personaggio di Gio ha al suo interno una serie di racconti che mi hanno fatto: sul freddo, che tornava nei ricordi di tutti più della fame, sull’assenza di sonno, sulla paura, sulla solidarietà della gente.
La scena della vedova di guerra che gli dà le patate è successa veramente a Germano, uno dei partigiani del documentario. Ho voluto raccontare il momento più cupo della guerra: l’inverno del ’44. L’Italia era spaccata in due e la ferocia delle vendette aveva creato un clima così oscuro che ci si chiedeva come fosse possibile resistere. Sono partito da lì, ma quella resistenza mi sembrava evocare le tante resistenze dei giorni nostri. La parola “resistenza” è drammaticamente attuale e mostrare sul grande schermo cosa significhi resistere di fronte all’abisso totale mi sembrava importante.

Nel film racconti eventi passati ma lo fai con uno sguardo profondamente contemporaneo. Ti riporta al presente in maniera molto violenta.
In una proiezione test una persona mi ha detto: “A un certo punto mi sono scordato che fosse la Seconda Guerra Mondiale”. Mi ha molto emozionato, perché pur non avendolo calcolato scientificamente in fase di scrittura, replicava perfettamente il mio desiderio. Raccontando la guerra senza la sua classica rappresentazione visiva, ma usando molto il suono, evochi il male senza per forza visualizzarlo. Il suono permette allo spettatore di legare a quella resistenza immagini proprie, connesse al proprio vissuto personale e alle difficoltà del presente.
Lungo il suo percorso, il protagonista incontra personaggi che diventano quasi fantastici, in una sorta di racconto epico. Questa drammaturgia a “incontri” era concepita così fin dall’inizio?
Sì. La primissima frase che ho appuntato per il film era: “Un ragazzo che, nonostante tutto, resiste in mezzo al mondo che brucia”. In questo attraversamento dell’abisso, mi piaceva l’idea che ci fossero delle apparizioni, quasi dei fantasmi.
I partigiani mi raccontavano sempre dell’impossibilità di fidarsi davvero di qualcuno in quegli anni, una cosa per noi oggi inimmaginabile. L’idea che Gio facesse degli incontri da cui poi doveva per forza uscire, o da cui gli altri dovevano uscire – come il personaggio di Giorgio Colangeli che vuole tornare a casa, o la vedova di guerra che lo nasconde – è sempre stata alla base. Dovevano essere tante solitudini diverse che, a ondate, entravano e uscivano dalla sua vita, lasciandogli dei segni e degli strumenti per interpretare il suo cammino.
Un’altra scelta che condiziona la percezione del film è sicuramente il formato in 4:3.
È stata una delle prime decisioni. Non era solo un modo per raccordarsi visivamente al passato, ma serviva a restituire la parzialità: la mancanza di informazioni, il non sapere cosa succedeva nella valle accanto. Volevo che lo spettatore percepisse questa limitazione attraverso un’immagine tagliata, che mi permetteva allo stesso tempo di allargare la percezione lavorando sul suono. C’è anche un motivo produttivo fondamentale: avendo un budget molto contenuto per un film ambientato nel 1944, non potevamo permetterci di allargare lo schermo, perché altrimenti avremmo dovuto riempirlo. Questa scelta dimostra come si possa far nascere lo slancio e la riflessione artistica direttamente dalla cornice produttiva, senza che diventi un compromesso al ribasso.
I dialoghi sono quasi tutti in dialetto. C’è una frase pronunciata dalla vedova che mi è rimasta impressa: “Un tempo i boschi parlavano, e adesso non parlano più”. Da dove viene?
Quella frase è mia ed è nata a poche settimane dalle riprese. Crescendo come regista, ho imparato a non avere più una postura dogmatica sulla sceneggiatura, ma a stare dentro il flusso e ascoltare il film, i luoghi e gli attori. Provando le scene con Giusi (Giusi Merli, ndr) e Luca (Luca Tanganelli, ndr), sentivo che al personaggio della vedova mancava qualcosa che esprimesse la sua natura panteistica, quel rapporto con la natura tipico di molti anziani prima della guerra.
Quella frase racconta un mondo che è cambiato e che la guerra ha silenziato. Nel film la natura è tante cose: rifugio, abbraccio, ma anche minaccia e paura. Abbiamo poi tradotto tutto in patois, il dialetto valdostano. Noi oggi pensiamo al passato immaginandolo in italiano, ma all’epoca le persone parlavano in dialetto e si capivano in qualche modo. Mi piaceva restituire anche questa verità linguistica.
Se anche venisse l’inferno uscirà al cinema?
Abbiamo lavorato fin da subito per dargli una strada internazionale e abbiamo già chiuso le vendite per portarlo all’estero. Questo per noi era un obiettivo fondamentale per difendere e rendere il film più forte. Ci siamo resi conto che la distribuzione nazionale, paradossalmente, sarà più difficile, ma bisogna trovargli la collocazione giusta. La prospettiva è di farlo uscire nella primavera del 2027, anche per legarlo a un periodo in cui il tema della Resistenza, vicino al 25 aprile, può essere una leva funzionale.
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