Welcome to Marwen, Robert Zemeckis
Welcome to Marwen, Robert Zemeckis

L’8 aprile del 2000 Mark Hogancamp viene attaccato da 5 uomini fuori da un bar di Kingston, New York. Nel 2018 il regista Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Forrest Gump) porta la sua storia al cinema con Welcome to Marwen (il film è l’adattamento cinematografico del documentario del 2010, Marwencol).

Sebbene la tiepida accoglienza, sia da parte del pubblico che della critica, Welcome to Marwen non delude affatto. Anzi, fonde gli elementi principali della poetica di Zemeckis con il superamento di una tragedia attraverso l’arte e la fantasia di un uomo che si costruisce una realtà alternativa dove incanalare la rabbia e il risentimento verso un evento che ha cambiato irrecuperabilmente la sua esistenza. Solo per colpa di 5 individui razzisti, violenti, imperdonabili.

Ancora una questione di diversità

Il brutale pestaggio subito da Hogancamp è a tutti gli effetti un crimine d’odio, ed è così che sarà dichiarato anche in tribunale. I 5 uomini lo presero calci fino a fargli perdere conoscenza, con brutalità ed efferata violenza. Questo perché, tra un bicchiere e l’altro si era fatto scappare la sua passione per le scarpe da donna. Non i vestiti, solo le scarpe, a volte i collant.

Hogancamp è finito in coma per nove giorni e al suo risveglio era convinto di essere nel 1984 e non aveva ricordi della sua vita. Non poteva camminare, mangiare, scrivere e parlare. Aveva dimenticato la sua vita e il suo corpo era distrutto e frantumato come un contenitore inutile per una vita inutile, quella che i 5 aggressori hanno tentato di annientare per una questione di crossdressing. Un’insensata, rabbiosa e stupida rivalsa dettata dall’odio più misero.

Al suo ritorno a casa l’uomo non ricordava alcun elemento della sua vita precedente all’esperienza di riabilitazione: il matrimonio in giovane età, l’esperienza nella marina militare, il lavoro da carpentiere o la dipendenza dall’alcol. Trovò un armadio pieno di scarpe, décolleté e stivali da donna, più di un centinaio. “Ho una ragazza?” Chiese all’amico che lo aveva accompagnato. “Sono tutte tue”, rispose lui.

Costruire un mondo alternativo per riabituarsi a quello reale

Tra le altre cose Hogancamp trova anche dei disegni, bozzetti e ritratti, tutti fatti da lui quando riusciva ancora a tenere la matita in mano. Nei quaderni a spirale ci sono racconti fatti di illustrazioni e annotazioni, riguardanti il periodo passato nel campo di addestramento militare, la battaglia con l’alcol, l’amore per le donne. L’ultimo schizzo, lasciato a metà, è un ritratto di Marylin Monroe. Davanti all’impossibilità temporanea di riuscire a governare una realtà che non gli va incontro, l’uomo ne crea una alternativa. Non un paradiso mentale, ma un mondo in miniatura costruito pezzo per pezzo e ambientato nel retro di casa sua.

Sviluppando (o scavando tra le pieghe dei suoi ricordi assopiti) una grande passione per la Seconda guerra mondiale, si dedica al progetto di Marwencol (che Zemeckis semplifica, per motivi narrativi che capirete alla visione del film, in Marwen). Marwencol/Marwen è una città belga immaginaria dove l’alter-ego di Hogancamp, Captain Hogie, combatte al fianco di un esercito di donne molto attraenti contro un gruppo di nazisti che non smette di attaccarli.

I personaggi sono Barbie e action figure personalizzati dall’artista. Gli edifici della città di fantasia riprendono quelli che esistono intorno all’abitazione, tra cui il bar dove venne quasi ucciso.

Marwen è un set in scala usato da Hogancamp come ambientazione per scattare una serie di fotografie con una vecchia Pentax, fissando ogni momento della storia in stop-motion per rivivere e vincere l’episodio che gli ha spezzato la vita. Nelle foto uccide più volte i nazisti, in modi sempre più estremi e crudeli, per purificarsi dalla rabbia e sublimare in un “gioco” la voglia di vendetta.

Welcome to Marwen

Robert Zemeckis si avvale di una lavorazione che affianca live action e varie tecniche di animazione. A Steve Carell, nel ruolo del protagonista, vengono digitalizzate espressioni e movimenti per farlo diventare una bambola dalle espressioni credibili. Tutti i personaggi che popolano il piccolo paese sono realizzati nello stesso modo, tra cui le attrici Gwendoline Christie, Janelle Monáe e Merritt Wever.

Nel film le visioni e la realtà non si scindono facilmente, sono il prodotto contorto di uno stress post-traumatico che porta Hogancamp/Carell a prendere molti tranquillanti, crogiolandosi in una sopravvivenza ovattata che non lo fa dormire, o che non gli permette di vivere le relazioni con la facilità con cui le realizza nella città di Marwen.

Le donne che lo circondano nella realtà vengono riprodotte in scala e inserite nel suo esercito personale contro una minaccia che continua a bussare alla sua porta. La femminilità è un elemento importante, che funge come salvezza e motivo di attrazione. Non si riduce alle scarpe col tacco, ma a un modo di vedere il futuro in cui le donne sono le uniche a dargli un motivo per continuare.

Un massacro per colpa di un paio di décolleté

Oggi Mark Hogancamp espone i suoi lavori alla One Mile Gallery, a Kingston, New York. (Qui il link del sito ufficiale dell’artista). La galleria mostra i suoi scatti raffiguranti la storia di Marwencol, che negli anni ha ospitato quasi 200 abitanti. Tutto questo fa parte della “seconda vita” che l’uomo ha avuto la fortuna di ricevere.

https://www.instagram.com/p/CCQ_e6BFTOk/

Mark è stato fortunato, ma la fortuna è una variabile irreale e stupida, che serve solo a tamponare gli effetti di azioni così terribili a cui non si possono dare spiegazioni logiche.

Welcome to Marwen è un film, ma i crimini d’odio sono al centro della cronaca attuale e non smettono di moltiplicarsi. Un paio di scarpe col tacco indossate da un uomo, l’uso troppo frequente del termine queer nel senso più dispregiativo possibile, la facilità con cui un’altra vita può essere annullata.

Non si può separare il film dalla realtà per comprendere ciò che stiamo vivendo, per questo vi consiglio di vederlo (anche perché è disponibile su Amazon Prime), ma soprattutto di approfondire una ripresa dettata dalla voglia inarrestabile di narrare, per non dimenticare.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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