
Divisivo sin da subito, Maria di Pablo Larraín, dopo essere stato presentato in concorso a Venezia 81, arriva al cinema per chiudere una trilogia iniziata nel 2016 con Jackie. Sebbene la maggioranza della critica si sia trovata d’accordo sulla qualità del film biografico realizzato dal regista e sceneggiato da Steven Knight (Spencer, Peaky Blinders), il resto l’ha percepito come un progetto poco ispirato, a tratti banale.
Qui i pro e i contro del nuovo film di Pablo Larraín.
Maria: PRO (a cura di Rebecca Fulgosi)
Tra sentimentalismo e malinconia
Dopo essersi dedicato al racconto della storia di due icone come Jacqueline Kennedy in Jackie e la principessa Diana in Spencer, Pablo Larraín dedica l’ultimo capitolo di questo trittico a Maria Callas, in un film che punta ancora una volta sull’emozione e sul sentimentalismo. Nonostante gli ultimi giorni di Maria Callas siano al centro di questo racconto, Larraín riesce a far trasparire tutto il tormento, la malinconia e l’amore di una vita intera, tramite gli occhi e la voce della stessa Maria, che è consapevole di essere arrivata alla fine della sua vita, ma che sa che non potrà mai essere dimenticata.
Ecco che il lungometraggio si trasforma in un piccolo diario che prende vita proprio dai racconti che Maria Callas decide di condividere. Dall’Opera – unico vero amore che la donna ha mai riconosciuto come tale nella sua vita – alle tormentate vicende personali, sentimentali e non, passando per una solitudine diventata ormai abitudine. Chi guarda viene da subito catturato nella narrazione, riuscendo facilmente a empatizzare con lei grazie a una sceneggiatura semplice ma d’impatto, punto forte di questo biopic anticonvenzionale.
Angelina Jolie è da Oscar
Punta di diamante di tutto il lungometraggio è senza dubbio colei che presta il volto alla sua protagonista, Angelina Jolie. L’attrice riesce perfettamente a cucirsi sulla pelle il ruolo tormentato e osannato della Divina Callas, donandole nuova vita in quelli che all’interno della storia sono i suoi ultimi giorni.
La Callas di Angelina Jolie è delicata e malinconica, ruba la scena a qualsiasi personaggio la stia dividendo con lei, innalzandosi sopra tutti. Le scene canore risultano alcune delle sequenze migliori, perché riescono a inglobare lo spirito della protagonista, che solo in questi momenti riesce a sentirsi ancora viva, nonostante anche questa parte della sua vita non la soddisfi più come prima. Viene messa in primo piano anche la salute mentale della donna, un argomento tanto caro a Larraín, importante anche nei suoi precedenti lavori, uno su tutti Spencer.
Acquista quindi un ruolo di spessore, necessario per raccontare una vita caratterizzata da più strazi che gioie, portato sul grande schermo da una Angelina Jolie al suo massimo.

Maria: CONTRO (a cura di Silvia Pezzopane)
Andare a colpo sicuro, mancando il bersaglio
Si chiude con Maria una trilogia dedicata a donne tormentate e prigioniere della propria malinconia, esibita come merce sotto lo sguardo di tutti, usata come strumento per celebrarle, annientarle, ricordarle. Ma dopo due primi biopic molto ispirati, Larraín fa di una cifra stilistica inconsueta un marchio di fabbrica, finendo con l’annoiare chi guarda, privandolo di qualsiasi possibilità di empatia.
Questo è proprio ciò che succede con il film che vede protagonista Angelina Jolie, che nonostante la buona prova attoriale, risulta allo sguardo come il residuo di una maschera fatta di depressione e grandi occhiali dietro a cui celarla. Per la prima volta sembra quasi che la direzione del cast sfugga alla mano sapiente del regista, rientrando in schemi così facili, così scontati, da deludere totalmente. Dopo due esperimenti di stile (anche per questo abbondantemente criticati), Larraín va a colpo sicuro, pianificando una narrazione dedicata agli ultimi giorni di Maria Callas; ma proprio quella sicurezza, visibile anche nell’uso del racconto della memoria, dell’incursione dei ricordi e nella rappresentazione del disagio psicologico della protagonista, manca di un luminoso guizzo, e contribuisce alla glorificazione più prevedibile alla quale potessimo assistere.
Stucchevole celebrazione
A decretare l’insopportabile effetto di Maria è la cornice umana che accoglie e racconta Maria Callas, come i personaggi interpretati da Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, le uniche due persone presenti in casa insieme alla protagonista fino al suo ultimo respiro. La loro sommessa collaborazione, l’affetto per Maria, arrivano al punto da infastidire, acuendo quella sensazione di irritazione, che arriva a coprire qualsiasi tipo di emozione si potrebbe provare per il malessere della Diva, che fa i conti con l’eredità che sta per lasciare.
Ogni elemento è pianificato con cura per confezionare un film da festival (non a caso era in concorso a Venezia 81), che possa suscitare una lacrima facile grazie a dialoghi stucchevoli e massime senza spessore, e che vanti un’alternanza estetica con un bianco e nero accattivante e una componente onirica/allucinatoria ben segregata in comode gabbie di comprensibilità massima.
Sembra un regista molto diverso da quello che ha girato El Conde (2023), privo delle intuizioni sottili di film come El club (2015), ma votato a un successo facile che lascia insoddisfatto chi aveva amato i risvolti soffocanti, oscuri, e problematici finora presenti nel suo cinema.
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