Babygirl, Eagle Pictures, A24
Babygirl, Eagle Pictures, A24

Arriva al cinema il 30 gennaio Babygirl, il film diretto da Halina Reijn (dopo Bodies Bodies Bodies del 2022), per cui a Venezia 81 Nicole Kidman si è aggiudicata la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Nessuna nomination agli Oscar che si terranno il prossimo 2 marzo ma solo una ai Golden Globes, sempre per l’attrice protagonista, osannata, idolatrata, ma simbolo di una promozione fallace che descrive il film come sfacciato, coraggioso, ma che a ben vedere è tutto fumo (nudità over 50, montaggio vedo non vedo e regia da videoclip) e poca, praticamente nessuna sostanza.

Di cosa parla Babygirl

Romy (Nicole Kidman) è una donna forte e affascinante che, nonostante abbia una vita idealmente perfetta, non riesce a confessare a suo marito (Antonio Banderas) cosa desidera davvero o a esplicitare i suoi desideri, annullando così le sue pulsioni o vivendole solo in privato. Nella sua vita irrompe Samuel (Harris Dickinson), giovane stagista di meno di 30 anni che vive il sesso come avventura, assecondando qualsiasi tipo di voglia.

Abituati a concepire il sesso e le relazioni interpersonali in modo completamente diverso, l’uno trova nell’altra (e viceversa) la realizzazione di fantasie, libertà ed evasioni dalla vita comune.

I personaggi scritti da Halina Reijn però non hanno nulla di interessante. Risultano abbozzati o stereotipati e l’analisi del loro background è sommaria, come la modalità in cui arrivano a concedersi una relazione segreta, fatta di dominazione e dipendenza. Tutto già visto, tutto già assaporato.

Babygirl: poco erotico, ancor meno femminista

L’obiettivo di realizzare una rappresentazione libera e liberatoria della sessualità di una donna che ha superato i 50 anni è quello che ci ha portato a pensare che Babygirl sarebbe stato un film ad alto contenuto di erotismo, ma soprattutto violentemente femminista.

A spezzare la favola è la patinata allure da videoclippone, che raggiunge la sua apoteosi in una scena che si consuma in una sovrapposizione di musica martellante e corpi sudati in una discoteca. Scena in cui Romy per un attimo si concede la concitazione, il contatto, l’idea di appartenere a quel flusso di pelle e sudore.

La ricerca spasmodica della protagonista ha origini nel suo passato, fatto di sette e culti religiosi, ma questo è un altro dettaglio su cui ci viene detto poco, come poco è ciò che riusciamo a capire del personaggio di Samuel, prevalentemente odioso, la cui enigmaticità è data unicamente da una scrittura lacunosa che lo abbozza senza dargli alcuno spessore.

Nonostante entrambi gli attori si mettano alla prova, e nel caso di Nicole Kidman anche mostrando tutta una serie di fragilità dovute al suo estenuante ruolo di potere in ambito lavorativo nonché al suo aspetto fisico, vittima del tempo che passa, l’effetto è praticamente soporifero. Stancante in quanto destinato a nulla di determinante né per l’uno né per l’altra, ma anche per noi che guardiamo e che dopo un paio di scene osé (come osé poteva essere descritto un film erotico di 40 anni fa) cerchiamo un motivo per proseguire la visione.

Babygirl si presenta come la più patinata e noiosa delle liberazioni sessuali, a tratti anche ridicola dove non dovrebbe, che tende a minimizzare la psicologia dietro alle pulsioni, cercando di fare scalpore con un paio di scene di nudo, cavalcando l’onda dell’attrice di una certa età che si mostra vulnerabile nelle sue imperfezioni, gettando fumo negli occhi a spettatori alla ricerca di una narrativa convincente.

Per approfondire: leggete qui la recensione completa da Venezia 81.

Da Babygirl a Nosferatu

Il fil rouge della sessualità al femminile gonfia di cliché passa così da Babygirl a Nosferatu, testimoniando un eccesso di forma più che una rivoluzione nei contenuti.

In Babygirl, oltre a non esserci nulla di sensuale, viene rappresentata una sessualità che urla di essere sporca e perversa a gran voce per attirare l’attenzione, rivelandosi poi banale e perfettina, con una protagonista che si mette carponi e si masturba, ok, ma sempre con grande rigore estetico e senza farci credere neanche per un istante che una psicologia complessa conduca i suoi gesti.

Un aspetto e una mancanza di originalità che si rispecchiano anche nella versione gotica del tema: per quanto il film di Eggers sia un esempio di grande regia messa al servizio del terrore, a non essere riuscita è proprio la problematizzazione della sfera sessuale femminile, e della liberazione che ne consegue. Risulta infatti solo un pretesto per destarci con una storia di abusi, abbozzandone però i contorni. Anche in Nosferatu qui il risultato è parecchio superficiale, se non fastidiosamente ingannevole.

Viene da chiedersi che problemi abbia Hollywood con la rappresentazione della sessualità al femminile e perché invece di provare spasmodicamente a stare al passo con i tempi non si interroghi su vere emozioni, molto più perturbanti e sovversive.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.