
Kràlik, presentato in Concorso nella sezione Onde Corte di Alice nella Città 2025, è il cortometraggio diretto da Alessandro Marchiori Rocca. Una visione destabilizzante e intensa, un lavoro giocato sulla materia viva delle immagini, e del conflitto che racconta, quello tra un padre e un figlio che sta crescendo.
Il regista firma il soggetto, e ne cura la sceneggiatura assieme a Giulia Grandinetti e Giorgio Moretti, Kràlik è prodotto Alessandro Marzullo con Navona Films, e si affida per l’estetica all’uso della pellicola, e alla distruzione di un confine come quello tra reale e onirico, dove la violenza del cambiamento diventa la violenza tra i corpi.
Kràlik è un incubo ad occhi aperti: dove nascono le ispirazioni, sia visive che narrative, per il tuo corto?
Le ispirazioni per Kràlik nascono da due territori che per me sono inseparabili: i miei demoni interiori e il mondo fisico che mi circonda. La storia è nata da un’immagine molto semplice e violenta: un padre (Simone Zambelli) che guarda il figlio (Jan Angelo Maestri) e non lo riconosce più. Da lì ho iniziato a scavare nella paura della sostituzione, nelle dinamiche di dominio e nella fragilità maschile, lavorando alla scrittura con Giorgio Moretti e Giulia Grandinetti.
C’è una cosa che non cambia mai: il fatto che tutto cambia. Crescendo, mutiamo gusti, corpo, desideri, persino la nostra energia. È una spirale discendente: a volte ci sembra di chiudere dei cerchi, ma è in realtà la natura della spirale; tornare su un punto a un livello più profondo. Per chi non comprende o accetta questo movimento naturale, può diventare un orrore, può fare paura. Alcuni genitori, se non sanno gestire il cambiamento, ovvero se non cambiano insieme ai figli, arrivano a percepirli come estranei. Come se il bambino fosse stato “ucciso” dall’adolescente, e l’adolescente dall’adulto. Naturalmente è sempre la stessa persona che evolve, abita gli spazi in modi diversi, esplora, si struttura e sviluppa una propria individualità. Non è più un prolungamento, ma un individuo a sé, con necessità e regole che non dipendono più dal genitore. Questo, per il genitore, comporta una perdita di controllo e di potere.
Il personaggio del padre nasce da lì: un genitore che non è cambiato con suo figlio, rimasto intrappolato in un passato forse idealizzato, che non riconosce più il figlio e vive il suo sviluppo individuale come una minaccia, un incubo. Da lì la violenza, l’umiliazione, il tentativo disperato di preservare un ruolo autorevole che, per sua stessa mano, gli sta franando sotto i piedi. Sul piano visivo, invece, mi interessava creare un realismo alterato, come un sogno lucido in cui tutto sembra reale ma c’è sempre qualcosa di disturbante, una tensione sotterranea che non sai spiegare. Mi hanno ispirato le foto polaroid di Tarkovskij, le campagne in cui sono cresciuto e un viaggio in Slovacchia.
L’immaginario che racconti è fortemente condizionato dalla sua rappresentazione, che non è mai nitida, bensì pastosa, sporca. Cosa volevi trasmettere con un’estetica così destabilizzante?
La pastosità dell’immagine non è solo estetica, è narrativa e tematica. Volevo che lo spettatore percepisse la realtà della fattoria come qualcosa di vivo, organico, quasi respirante. Una realtà che si appiccica addosso. La nitidezza per me avrebbe tolto verità. La pellicola 16mm, con la sua grana irregolare e le sue imperfezioni, crea uno spazio in cui il confine tra reale e allucinatorio si sfalda. Quell’immagine “sporca” riflette esattamente ciò che accade tra padre e figlio: il loro rapporto è contaminato, ambiguo, disturbante. Nessuna linea è netta, nessuna identità è definita. È tutto fangoso, come il terreno su cui si muovono. Volevo che l’estetica fosse un’esperienza sensoriale, non solo visiva: che entrasse sotto pelle.

Negli ultimi anni hai lavorato molto anche come colorist e come DOP; pensi che questa consapevolezza dell’immagine sia stata importante nella lavorazione di Kràlik?
Assolutamente sì. Lavorare sull’immagine da diverse prospettive mi ha dato una consapevolezza che ha guidato ogni scelta. In Kràlik sapevo fin dall’inizio che non volevo “belle immagini”, ma immagini necessarie. Con Callum Begley (DOP) abbiamo costruito un linguaggio visivo che fosse più emotivo che estetico: luce quasi bruciata, contrasti secchi, ombre dense.
Il mio background da colorist ha aiutato a spingere la pellicola verso un mood ancora più materico. Assieme al colorist del film Alessandro Rocchi abbiamo cercato un mood quasi tattile: come se la realtà del film fosse marcia, in fermento, sul punto di esplodere. Tutto questo è servito a far coincidere l’immagine con la psicologia e l’anima dei personaggi.
Nel film manca completamente la presenza del femminile, cosa significa?
Nel film non c’è alcuna presenza femminile fisica in scena, ma questo non significa che il femminile sia assente. Anzi, è come se fosse un’energia sotterranea che non riesce a manifestarsi apertamente.
Kràlik racconta un mondo chiuso, isolato, dove il padre incarna un modello maschile rigido, verticale, incapace di dialogo. La sua autorità è fragile, costruita sulla paura, sull’ordine e sul controllo. Il figlio, invece, porta un’energia diversa: più sensibile, più fluida, meno definita. In un certo senso, potremmo dire che custodisce un principio femminile che il padre non riconosce e che tra le altre dinamiche, teme. È un femminile che non può entrare nello spazio domestico perché verrebbe immediatamente represso. Infatti nel film emerge nei sogni e nella libertà. È un femminile primordiale che canta selvaggiamente nella scena iniziale, tramite la voce di Jessica Fabretti, durante l’incubo del padre ucciso dal figlio; ed è un femminile che torna (non è un cerchio che si chiude, è la natura della spirale!) sul finale, cantando idilliacamente per la libertà del figlio, nella voce lirica di Veronica Grasso nella colonna sonora composta da Elio Carrà.
Sono due momenti in cui la femminilità è presente e potente: apre e chiude, urla ribellione, libera e offre l’unica possibilità di un altro linguaggio, di un’altra energia. Da una prospettiva più sociologica, questa assenza diventa simbolica: è lo specchio di una società che cerca di bandire tutto ciò che esce dal modello dominante e che reagisce con paura, violenza e soppressione a qualunque forma di identità che non sia conforme o leggibile. Quello che avviene tra padre e figlio è un microcosmo della tensione tra un potere che non vuole perdere terreno e una nuova generazione che cresce, cambia, si trasforma
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