Alpha, I Wonder Pictures
Alpha, I Wonder Pictures

Difficile, per chi ha apprezzato Titane, tornare in sala senza avere alte aspettative – il che equivale ad essere già a metà strada sul viale della delusione. Alpha, il nuovo film diretto da Julia Ducournau, ci viene incontro e ci accompagna lungo il cammino: che sia un apprezzabile cambio di prospettiva o un irrimediabile passo falso, dipende fondamentalmente dall’occhio di chi guarda.

La trama

Alpha (Mélissa Boros) è un’adolescente che durante una festa a casa di amici si fa tatuare l’iniziale del suo nome sul braccio. Tornata a casa la mamma (Golshifteh Farahani) si arrabbia, e la sua non è una rabbia qualunque: lei è medico e Alpha potrebbe essersi esposta al contagio di una malattia epidemica che si trasmette col sangue e che uccide le persone pietrificandole. In più Alpha è il suo unico affetto insieme al fratello Amin (Tahar Rahim), da poco trasferitosi a vivere con loro, che cerca di strappare da decenni a una dipendenza da eroina.

Alpha e l’adolescenza

Alpha è portatrice di un’individualità acerba, ancora dipendente dal contesto familiare e scolastico per una definizione di sé, ma furiosamente in cerca di un motivo per differenziarsi. Non è un personaggio semplice da contattare, ma è fin troppo facile ripiombare assieme a lei nel viaggio paranoico dell’adolescenza. Un periodo della vita in cui si oscilla tra due pericoli speculari e ugualmente insidiosi: o cedere alle lusinghe consolatorie di rapporti familiari disfunzionali, o rischiare l’annichilimento per essersi mostrate vulnerabili nell’incontro con l’altro.

Il tatuaggio che sanguina, la paura del contagio, gli attacchi di panico domestici, il rapporto sentimentale appena delineato ma conflittuale con Adrien: Alpha è assediata da tutte le parti, sempre in difesa. Ha imparato ad essere ipervigile da una madre che tiene in vita il fratello suo malgrado, riacciuffandolo per i capelli ogni volta che usa l’eroina per andarsene e non svegliarsi di nuovo. L’amore non è un cane venuto dall’inferno come in Titane, ha il sapore di un sacrificio e rinascita continui, ma ad ogni ciclo diventa più insostenibile e disperato.

Il ritratto più diffuso del suo personaggio ci mostra Alpha investita da un vento rosso e arido, sul punto di piangere. Il riferimento è a una leggenda berbera che ritorna spesso nel film, il vento rosso che fa perdere la testa e che va ritualmente allontanato da coloro che ne sono posseduti; ma è anche una versione volatile del processo di pietrificazione che subiscono i contagiati. La speranza, per Alpha, è che il futuro possa aiutarla a liberarsi del trauma di quel sottile velo di polvere che le si è depositato addosso.

Alpha, I Wonder Pictures

Cosa rimane del body horror

Per Ducournau la metafora sul corpo è sempre un punto centrale, ma l’orrore corporeo di Alpha è molto diverso da quello di Raw e Titane. Non è più (solo e tanto) parte dello sviluppo del personaggio principale, ma si sposta sui corpi dei contagiati. Da sangue e olio motore a pietra e sabbia, la marmorizzazione dei malati simboleggia la coabitazione di vita e morte in una progressione che va verso l’inorganico. L’effetto è sorprendente ma si è spostato di lato per lasciare spazio a un altro tipo di narrazione: una dove la mutazione non è uno strappo violento sul tessuto del reale, ma un processo di accettazione luttuosa che asciuga e solidifica il dolore, lasciandolo diventare memoria inalterabile.

È chiaro che l’aver messo da parte l’horror per il dramma ci abbia avvicinato esponenzialmente al dolore dei personaggi, ma è altrettanto vero che Alpha ci costringa a stare in apnea, immersi un’angoscia senza redenzione. Il rischio, per un film così focalizzato sulle emozioni e con una struttura circolare così ineluttabile, è di perderci a metà strada senza darci qualcosa a cui tendere, perché la sconfitta e la fatica di Alpha, sua madre e Amin, ci sono chiare fin dall’inizio.

Alpha sembra essere, tra i film di Ducournau, quello più manifestamente autobiografico (la madre medico di origine berbera, l’infanzia e adolescenza negli anni Ottanta/Novanta piagati da AIDS ed eroina). Questo gli dà un’enorme forza di penetrazione a livello visivo, sensoriale ed emotivo, però non è la mancanza di intensità il suo tallone d’Achille: lo è, semmai, l’aver smarrito delle coordinate narrative che funzionassero da contenitore per una materia tanto consumante.

In breve

Alpha è il terzo lungometraggio di un’autrice con una forte visione che si allontana dal cinema di genere e prende una strada più personale: il risultato può disorientare, ma la fecondità creativa che continua a manifestare è innegabile.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
6,5
Michela Zedda
Capelli e occhiali fuori, sarcasmo e senso dell'assurdo dentro. La mia biografia non autorizzata insinua che abbia una laurea in cinema: non smentirò il fatto solo per fingere di essere all’altezza del contesto. Per nutrire i capelli uso il balsamo, per nutrire il senso dell’assurdo scrivo su FRAMED di comicità.
alpha-julia-ducournau-recensione-filmAlpha sembra essere, tra i film di Ducournau, quello più manifestamente autobiografico, questo gli dà un’enorme forza di penetrazione a livello visivo, sensoriale ed emotivo, però non è la mancanza di intensità il suo tallone d’Achille: lo è, semmai, l’aver smarrito delle coordinate narrative che funzionassero da contenitore per una materia tanto consumante.