Candyman
Yahya Abdul-Mateen II in Candyman (2021)

Candyman, Candyman, Candyman, Candyman…chi osa dirlo una quinta volta e sfidare i demoni e la sorte? Candyman è l’orrore nello specchio, il riflesso che ti guarda ma che è Altro da te. Lo sa bene Nia DaCosta, regista, ma anche co-sceneggiatrice con Jordan Peele e Win Rosenfeld, del nuovo capitolo tratto dall’omonima gemma slasher degli anni Novanta. Proprio per questo sceglie di trasformare l’horror in manifesto politico. Ancora?, direte. Sì, ancora. Perché forse niente riuscirà nei prossimi anni ad eguagliare Scappa – Get Out, ma la fabbrica di talenti attorno a Jordan Peele ha appena iniziato la sua scalata e non accenna a fermarsi. Per fortuna.

Il mito, l’inconscio collettivo e l’orrore in Candyman: di’ i loro nomi

Dici il suo nome, dici i loro nomi. La tagline del film è già il riferimento più sottile e al tempo stesso più esplicito all’attualità, a Black Lives Matter. Il Candyman di Nia DaCosta diventa il vendicatore degli oppressi, il Diverso, l’Uomo Nero (letteralmente), che restituisce la violenza di cui è stato vittima per secoli. Lo dichiara apertamente, attraverso i dialoghi e attraverso i volti cangianti di tutti i Candyman della Storia, ma lo fa soprattutto attraverso le azioni. A differenza del film originale del 1992, infatti, la furia violenta del fantasma non si abbatte su chiunque provi a sfidarlo. A morire sono solo gli oppressori, i bianchi, e quasi non ce ne accorgiamo fino al terzo massacro, quando la regia ce lo suggerisce beffarda e ci invita a riconoscere la nostra stessa cecità. È solo qui, forse – e nei geniali titoli di testa – che fa capolino la scrittura ironica di Jordan Peele, sacrificata nel film a favore di un’atmosfera più cupa, sul modello dell’opera originale.

Proprio come una costola strappata dal corpo del vero Candyman, infatti, questo film sembra prendere forma da un concetto che già aleggiava nell’opera del ’92. Una battuta affidata all’allora protagonista Helen e poi riascoltata anche nel sequel. Helen diceva che è l’orrore del quotidiano a plasmare la mitologia urbana, trasformandosi in allucinazione e inconscio collettivo. A parlare, però, nel 1992 erano una protagonista e un regista estranei alla collettività che provavano a rappresentare.

Tutto, nel film di Nia DaCosta, torna invece sulla e alla collettività afroamericana, dall’interno. Fino al chiaro e doloroso riferimento finale alla police brutality. A quelle mani, di donna (compagna, madre, figlia, sorella) costantemente macchiate di sangue innocente. È questa l’anima che la regista ha riversato nel suo film, l’anima femminile del movimento BLM, ma non è tutto ciò che Candyman ha da offrire.

Yahya Abdul-Mateen II nell'eloquente poster originale di Candyman. Credits: Universal Pictures
Yahya Abdul-Mateen II nell’eloquente poster originale di Candyman. Credits: Universal Pictures

Il mostro di ieri e il mostro di oggi

Innanzitutto, prima di proseguire, è necessario chiarire da dove nasce il bisogno di rielaborare Candyman. Il film di Nia DaCosta è infatti un sequel diretto dell’omonimo film del 1992 di Bernard Rose, ossia un nuovo capitolo che esula dai successivi sequel della trilogia (1995, 1999). A sua volta, il film di Rose è l’adattamento di un racconto di Clive Barker, The Forbidden, traslato dal contesto britannico a quello statunitense, con particolare riferimento alla comunità afroamericana. In origine, infatti, il mostro non è nero. È Rose che lo rende tale, inserendo vagamente nella trama del suo film temi come la gentrificazione e la brute caricature, lo stereotipo dell’uomo nero violento e ossessionato dalle donne bianche.

Quest’ultimo, in particolare, è un elemento che si nota ampiamente nel film, con il demone-fantasma (Tony Todd) che perseguita la protagonista Helen (Virginia Madsen). Ed è anche il primo assunto che decade completamente nella riscrittura moderna, poiché chiaramente stereotipato ai danni dell’identità afroamericana.

Candyman è ciò che rimane di un ex-schiavo di fine Ottocento, linciato perché colpevole di aver amato, carnalmente, una donna bianca. E proprio sul suo corpo si riversa l’ira della comunità, che lo tortura, tagliandogli una mano e lasciandolo morire cosparso di api e miele. Da qui anche il suo particolare aspetto. Il nuovo Candyman, invece, non è più solo un mostro fine a se stesso, uno spirito dannato e vendicativo. È un simbolo collettivo che migra di corpo in corpo, portando però addosso le stesse putrescenti ferite. Mantiene parzialmente il volto di un ormai anziano Tony Todd, ma in realtà si impossessa di nuova carne, quella di Anthony (Yahya Abdul-Mateen II). Chi ha visto il film del ’92 conosce già una parte essenziale della sua storia, chi no comprenderà ugualmente il forte legame tra i due, uno riflesso dell’altro.

Candyman, Nia DaCosta 2021
Candyman, Nia DaCosta 2021

Il riflesso nello specchio: la nuova regia di Nia DaCosta

Nucleo estetico, oltre che tematico, del nuovo Candyman è infatti il ribaltamento. Lo si intuisce subito attraverso la scelta di specchiare i titoli di testa, sia per giococon i celebri loghi iniziali, che letti al contrario, disturbano immediatamente il pubblico – sia attraverso un’acuta contro-citazione. Il Candyman di Bernard Rose nel 1992 iniziava infatti con una ripresa di Chicago dall’alto, mentre qui osserviamo gli stessi grattacieli dalle loro fondamenta. Tutto, fin dall’inizio, acquisisce un senso opposto perché, finalmente, raccontato dall’Altro, dal punto di vista black, che diventa soggetto e non più oggetto, attraverso il cambio di prospettiva registica e di protagonista.

A rafforzare questa metafora stilistica si aggiungono poi i costanti riferimenti a dettagli apparentemente insignificanti dell’opera originale. Parallelismi, scenografie, azioni e battute che si ripetono acquisendo nuovo senso, quando pronunciate dal nuovo cast (say my name, prima fra tutte). Nei momenti in cui, invece, diventa necessario ripercorrere letteralmente il film del ‘92, l’intuizione geniale della regia è quella di farlo attraverso lo storytelling. Attraverso un racconto orale, travisato e reinterpretato, che appare sullo schermo come un gioco di ombre animate ma che, proprio rinunciando al flashback e alla citazione diretta, permette di mantenere il controllo dell’(auto)narrazione.

Una scena animata di Candyman (2021) che racconta gli eventi del film originale evitando l’uso del flashback

Se tutto il senso del nuovo Candyman è infatti la riappropriazione e la riscrittura di un immaginario horror che penalizzava la blackness, è impensabile tornare, anche solo per poche scene, al punto di vista bianco di trent’anni fa. Siamo al di là dello specchio, ormai, e i narratori sono diversi.

È in questi dettagli che si nota la solidità della regia e l’impianto strettamente funzionale al manifesto politico del film. Contemporaneamente, però, non mancano i guizzi e le peculiarità stilistiche che alla fine costringono a incidere bene in mente il nome di Nia DaCosta, perché se ne sentirà parlare a lungo.

Con i suoi grandangoli paradossalmente asfissianti e l’estrema eleganza anche nelle scene più atroci e sanguinolente, è impossibile distogliere l’attenzione anche solo per un istante. Una menzione speciale la merita sicuramente quell’omicidio mostrato in lontananza, distogliendo lentamente la macchina da presa dall’improvvisa violenza. Uno shock, a primo impatto, seguito dall’estremo piacere di aver appena assistito a una scena magistrale. Perdonate il piccolo spoiler, lo individuerete subito guardando il film, ma era doveroso.

Malgrado tutto, comunque, forse Candyman non riuscirà a lasciarvi addosso quell’inquietudine senza posa che assale dopo aver visto Get Out o Lovecraft Country. È invece nel sangue e nel disgusto che declina il suo essere horror. È uno slasher, appunto, che non infesterà i vostri pensieri, ma vi ferirà quanto basta per non dimenticarlo facilmente.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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