Counting Crows, Butter Miracle, Suite One, BMG
Counting Crows, Butter Miracle, Suite One, BMG

THE BUTTER MIRACLE TOUR

Vai a un concerto dei Counting Crows con l’idea di cantare dall’inizio alla fine, uno di quei karaoke che ti riconciliano con te stesso, riaprendo le emozioni passate e unendoti a migliaia di altre persone che vogliono fare lo stesso.

E quando senti gli accordi delle prime canzoni del concerto, pensi che sarà proprio così: Round Here e Mr. Jones sono un salto immediato nelle emozioni passate. E sorridi quando senti alle tue spalle qualcuno esclamare soddisfatto: “Si sono giocati subito tutti i pezzi del bis!”.

In effetti sono brani che qualsiasi band dedicherebbe al momento del bis. Ma poi pensi che i Counting Crows stanno insieme da più di 30 anni, fai un rapidissimo calcolo mentale di quante canzoni storiche conosci, e da quel numero sottrai quelle che non conoscerai e che faranno, magari per pubblicizzare il nuovo album.

La nuova veste

Ma poi ti fermi. C’è qualcosa che non ti quadra: stai cantando, le parole sono quelle, eppure non riesci ad incastrarle nella musica, nei ritmi e nei tempi, a volte nemmeno nelle melodie. Hanno cambiato quasi completamente l’arrangiamento dei loro pezzi storici.

Ci resti un po’ male, pensi che sia una di quelle band che ama tradire le aspettative del pubblico (o semplicemente evitare il karaoke), come insegnano Bob Dylan e De Gregori. Ma poi ti ricordi di quel concerto che hai visto quasi vent’anni prima e non era così, non lo era affatto.

E allora eccola la spiegazione, l’unica che ti viene in mente: sono passati vent’anni appunto, molti di più da quando loro hanno scritto quei pezzi, e provi soltanto a immaginare quante volte li abbiano suonati e a quanti concerti. Ti viene la nausea solo a pensarci. In quel momento, finalmente, capisci perché lo facciano, capisci che non c’entra niente la presunzione o lo sprezzo per i fan, e ti ricordi che anche tu, un paio di volte, hai messo nel cassetto quel loro disco dopo averlo consumato e cantato per settimane. Ed è proprio mentre lo stai capendo che inizi a cogliere la bellezza di quello che stanno facendo: lasci finalmente quel ruolo di fan ortodosso per abbandonarti alla musica, così come viene, così come te la stanno proponendo. Ed è bellissima: la musica, certo, ma anche la sensazione di sentire riemergere da ogni canzone gli stessi vecchi ricordi in un nuovo presente.

Bravura, coraggio e sound

E allora ti rendi conto che, al di là del tuo affetto antico, i Counting Crows sono una band straordinaria. Sanno suonare e sanno come fartelo capire senza che tu te ne accorga, senza fartelo pesare. Suonano come suonassero a casa loro e così ti fanno sentire a casa. Importa poco cosa suonino. Sono una di quelle poche band che ti emozionano, qualsiasi canzone propongano.

Certo, ad aiutarli è anche il sound incredibile della Sala Sinopoli dell’auditorium di Renzo Piano. Lo avevo già intuito con l’artista di apertura, David Keenan, un irlandese solo con la sua chitarra, la perfetta unione tra un Damien Rice più selvaggio e un Tim Buckley meno onirico. Bravo e coraggioso, perché forse in centinaia di altri luoghi avesse suonato, si sarebbe sentito solo frastuono.

Verso il finale

A metà concerto, quando i Counting Crows suonano Angels of the Silences, un pezzo storico, applaudi con qualche lacrima che ti scende sul sorriso: hai l’impressione che in quella nuova veste sia addirittura più bella dell’originale. Forse l’impressione è nata quando hanno suonato gli unici due pezzi storici che hanno rinunciato a rivestire, Colorblind e A Long December, e hai pensato che avresti voluto sentire anche loro diversi da come li risentirai a casa, su quel cd che tornerai a consumare finché davvero non suonerà più. Ci stai già pensando, ora che il concerto sta per terminare.

E alla fine non ti sorprende se, dopo uno spettacolo che è durato tanto e che non avresti voluto veder finire, hai l’impressione che loro, lì sul palco, ti abbiano capito perfettamente e siano le persone più sincere del mondo quando, salutandoti, dicono: “Ci rivedremo presto, Roma”.

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Alessio Tommasoli
Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.