
Forse non tutti l’hanno notato, ma nel 2024 il rock si è evoluto: una spinta in avanti, nemmeno troppo piccola, che ha reso il genere ancora più fluido.
E non è strano che soltanto qualcuno se ne sia davvero reso conto. Da un lato, in generale, perché quasi sempre un’evoluzione stilistica ha bisogno di tempo per diffondersi: dall’altro, andando più sul particolare, perché a realizzare questa evoluzione sono state band inaspettate, band storiche che ci hanno abituato a un certo sound, e che in quel sound avrebbero potuto restarci fino alla fine della loro carriera, senza mai annoiare o deludere i propri fan.
Invece quello che hanno fatto è stato rimettersi in gioco, chi per esigenze esistenziali, chi per esigenze artistiche e chi, semplicemente, per proseguire un percorso. Stiamo parlando di Green Day, Linkin Park e Idles: tre band che hanno reso indimenticabile questo 2024, ridefinendo i confini del rock da loro stessi tracciati negli anni precedenti e dimostrandoci che non serve per forza una rivoluzione, perché anche la Storia (in questo caso quella della musica), può aprire la strada verso il futuro.
1. Green Day – Saviors
Il quattordicesimo album dei Green Day rappresenta un ritorno alle origini che, mescolato alle sperimentazioni dell’ultimo decennio, proietta la band californiana nel bel mezzo di uno splendido lavoro di crescita. Il punk rock di cui sono stati alfieri negli anni ‘90, torna qui nella sua purezza, supportato dalla rabbia politica e dalla riflessività esistenziale degli ultimi album. La chiave di questa evoluzione sta tutta in un ritorno al passato che ha come forma concreta la scelta di affidare il lavoro di produzione a Rob Cavallo, presente in questo ruolo, al fianco della band, già in album come Dookie e American Idiot.
Ecco spiegato perché in Savior si ritrova quel punk rock originario che ha fatto entrare i Green Day nella storia della musica. Ascoltiamo brani come 1981 e Look Ma, No Brains!, e sentiamo quel suono grezzo e diretto che ci porta direttamente alle radici della band. Ma poi arriviamo alla title track, Savior, o Father to a son, e ci rendiamo conto di trovarci di fronte a una sperimentazione melodica che dà profondità a quelle radici, sfruttando in pieno la maturità accumulata nel tempo da Billie Armstrong e soci. Il tutto condito dai testi taglienti cui ci hanno abituato, dove identità, famiglia e politica sono tematiche che s’intrecciano in un discorso guidato dall’indignazione e dalla riflessività.
Quando una band simile realizza un album a quasi 30 anni dal suo debutto, può cadere facilmente nella statica nostalgia dei tempi passati o nella cieca innovazione che dimentica le proprie radici: con Savior, invece, i Green Day hanno unito queste due tendenze, creando uno dei loro migliori album. Forse grazie alla loro immortale anima ribelle.
2. Idles – Tangk
Una svolta sorprendente per la band di Bristol, che sceglie di allontanarsi dall’aggressività pura dei lavori precedenti per esplorare un territorio musicale più dance e introspettivo. Per riuscire a realizzare in pieno questo importante cambio di rotta, si lasciano guidare da Nigel Godrich, un personaggio che ne sa qualcosa di cambi di rotta, introspezione e sound ballabili, visto che si tratta del produttore dei Radiohead. Grazie al suo lavoro, questa coraggiosissima innovazione degli Idles viene accompagnata in pompa magna da una qualità sonora cristallina e stratificata, capace di amplificare la profondità del disco, riuscendo ad annullare la normale paura che può avere una band punk nell’inserire elementi elettronici e ritmi ballabili.
Ed è per questo che Tangk mescola perfettamente l’energia punk caratteristica della produzione della band ad elementi di dance music e groove intensi, dando vita a qualcosa di fresco e coinvolgente. Ci vuole coraggio per allontanarsi dai loro tipici brani basati su urla e frenesia, e scegliere un approccio così diverso, più misurato e sofisticato. Brani come Dancer e Gift Horse si distinguono per ritmi contagiosi e arrangiamenti ricchi, che trasformano il caos in un invito a celebrare la vita ballando con tutto sé stesso.
Amore, resilienza e gratitudine, sono le tematiche che mostrano un lato più morbido e riflessivo di Joe Talbot, il frontman della band inglese, abbandonando le denunce sociali dei dischi passati, per creare un album che si presenta come un inno alla all’empatia, sfruttando quell’intensità emotiva che è il loro marchio di fabbrica. Il risultato è un continuo gioco di tensione e rilascio di energia, che travolge l’ascoltatore, facendolo ballare in un modo del tutto nuovo.
3. Linkin Park – From Zero
I Linkin Park tornano in scena con un album che riesce a combinare introspezione e potenza, dimostrando ancora una volta la loro capacità di evolversi, pur mantenendo il proprio stile inconfondibile. Si tratta del primo progetto originale della band dopo anni di silenzio, segnati dal trauma per la morte di Chester Bennington. E, come a volte accade anche nella vita, l’elaborazione del lutto determina una vera e propria rinascita.
Non è affatto un caso, dopotutto, che l’album si apra con Rebuild, un inno alla ricostruzione in cui si concentra subito lo spirito del titolo del disco: i suoni elettronici che hanno caratterizzato album come A Thousand Suns, si intrecciano con riff di chitarra incisivi e con la voce emozionante di Mike Shinoda, che emerge dallo spazio elettronico con la forza fondamentale di una guida.
Nella stessa direzione di questa rinascita vanno i testi, nei quali vengono esplorati temi di perdita, speranza e resilienza, in modo da dare all’album un tono emotivo, eppure, al tempo stesso, combattivo.
La prova sta in ogni singolo brano dell’album, a partire dalla title track, una ballata epica che cresce d’intensità, con un messaggio chiaro: superare il dolore e ricostruire. Allo stesso modo di Unbreakable, una canzone potente e immediata, che ricorda i giorni di Hybrid Theory, seppure attraverso un approccio più maturo. A chiudere l’album, poi, è Aftermath, una nota riflessiva e intima che lascia nell’ascoltatore un meraviglioso spazio in cui c’è il futuro, che è pieno di possibilità.
Al lavoro di produzione, il genio di Rick Rubin che, come al solito, non lascia nulla al caso, dimostrando una cura maniacale per i dettagli. Ed è così che From Zero riesce a mantenere un perfetto equilibrio tra il sound più aggressivo dei primi Linkin Park e gli elementi elettronici e melodici che li hanno distinti negli anni 2010.
Il risultato non è solo un album, ma una dichiarazione di intenti: quella di una band che non si arrende al destino, ma gli si ribella trasformandolo in arte. L’elaborazione di un lutto che determina una rinascita in cui il passato, con tutti i suoi successi, i suoi dolori e i suoi traumi, non viene dimenticato, ma portato con sé come una splendida consapevolezza.
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