
Il cinema e il rap non condividono semplicemente lo stesso spazio nell’industria dell’intrattenimento, ma lo stesso schema strutturale che risiede in gran parte nel montaggio. Che cos’è, infatti, il montaggio cinematografico se non la gestione del tempo, dello spazio e dell’enfasi attraverso tagli netti, sincopi visive e variazioni di velocità?
E che cos’è il flow di un rapper se non la medesima scomposizione del tempo applicata alla sillaba, alla rima, alla battuta? Il cinema è metrico, il rap è visivo. Quando queste due rette parallele collidono, assistiamo al perfetto e puro concetto di ritmo cinematografico.
La nuova formula del rap nel cinema
Per decenni, il rapporto tra la settima arte e la cultura hip-hop è stato confinato entro i margini del “reale”, i rapper interpretavano gangster, se stessi, o venivano arruolati per dare una patina di autenticità alle periferie degradate dei blockbuster americani.
Ma il panorama contemporaneo sta assistendo ad una grande rivoluzione. Molti registi di culto, veri e propri autori, stanno strappando i rapper dalla loro realtà naturale per inserirli in contesti diversi, nuovi e innovativi. In un percorso artistico in cui il rap non è più la cornice, bensì la struttura.
I casi Travis Scott e Guè
Christopher Nolan e il suo monumentale Odissea, è un esempio di visione innovativa del rap, visto non solo come musica, ma come elemento strutturale all’interno del film.
Nel cast dell’adattamento del poema omerico figura Travis Scott; e la giustificazione intellettuale di Nolan, nei confronti di questa scelta, è di una linearità e coerenza artistica disarmante; l’Odissea è stata scritta per essere ricordata per la sua oralità, attraverso espedienti ritmici, assonanze e ripetizioni davanti a un pubblico vivo. Il rap, nella sua essenza più pura, è l’equivalente contemporaneo della tradizione aedica.
Inserendo Travis Scott alla tavola di Telemaco, Nolan compie verosimilmente un atto di traduzione culturale. Travis Scott, artista che ha ridefinito il concetto di “paesaggio sonoro” nella trap con le sue atmosfere sature, i cambi di tempo improvvisi e i bridge psichedelici, diventa il ponte ideale tra l’antico e l’ipermoderno. Il regista che ha piegato il tempo in Inception e Tenet, per cui Scott aveva già firmato il brano The Plan, vede nel rapper un architetto del ritmo.
Sul fronte opposto, ma mosso da una simile urgenza estetica, troviamo Paolo Sorrentino con il suo ultimo film, La Grazia. Il regista premio Oscar, celebre per la sua estetica virtuosistica, per l’indagine della vulnerabilità umana, e per colonne sonore che si intervallano tra la musica classica ed elettronica, ha scelto Guè per un ruolo che è diventato uno degli elementi più eccentrici e narrativi dell’opera. A prima vista, l’universo malinconico e sentimentale di Sorrentino sembrerebbe distante anni luce dal luxury rap e dal cinismo di strada del liricista milanese. Ma è qui che risiede la chiave di volta.
Sorrentino ha dichiarato di essere stato catturato dalla “vena dolorosa” e dalle “intuizioni appassionate ed emotive” nascoste dietro le barre del rapper. Guè, nel film, non fa la parodia di sé stesso, ma incarna una figura totemica, capace di restituire allo spettatore in sala, il processo di rinnovamento introspettivo del protagonista Mariano De Santis.

Il ritmo del rap, il nuovo elemento strutturale del montaggio
Questa convergenza ci obbliga a guardare al legame tra rap e cinema con occhi nuovi. Il montaggio di un film è, per definizione, la creazione di una metrica visiva. Un regista decide quando tagliare per creare tensione, che potrebbe essere l’equivalente di un drop in un beat, o quando rallentare l’azione per dare respiro, come una pausa o un cambio di delivery nel flow. I rapper possiedono una dote nativa che molti attori accademici faticano a sviluppare, una percezione millimetrica del tempo. Portati sul set, questa consapevolezza si traduce in una gestione dello spazio e del movimento che è intrinsecamente cinematografica.
I rapper non si limitano più a “fornire la traccia per i titoli di coda”, ma diventano parti formali della messa in scena. Quando Nolan sceglie Travis Scott o Sorrentino sceglie Guè, non stanno cercando una performance attoriale, ma un’attitudine di vita.
Forse il cinema contemporaneo sta capendo sempre di più che per rimanere intrigante e stimolante, deve aprirsi alle contaminazioni più audaci, riconoscendo nell’attitude del rap una forma di poesia, orale e visiva, come tra le più potenti e geometriche del nostro secolo, e dove il montaggio può trovare la sua spina dorsale definitiva.
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