Jim Parsons-hollywood-netflix
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Jim Parsons è stato candidato come Miglior attore non protagonista in una serie per il suo ruolo in Hollywood, di Ryan Murphy, in vista degli ormai prossimi Golden Globes. L’attore interpreta Henry Willson, storico agente delle star e uomo problematico.

Per chi ha visto Big Bang Theory Jim Parsons è Sheldon, scienziato nerd con la passione dei trenini e una pessima attitudine ai contatti umani. Soprattutto se conoscete il suo timbro di voce non potrete non avere un sussulto nel ritrovarne il tono sprezzante nei dialoghi di Hollywood, benché la voce sia solo la punta della sua immensa interpretazione.

Hollywood tra la storia e la revisione

Hollywood, miniserie del 2020 creata da Ryan Murphy e Ian Brennan ha lo stesso spirito di romantico revisionismo storico di Bastardi senza gloria di Tarantino (ovviamente con più pellicce e segreti che spargimenti di sangue e massacri).

Gli autori riscrivono la storia di quel preciso momento storico, in particolare nel mondo del cinema, eliminando invece dei nazisti, le ingiustizie sociali. Nello spirito più autentico della rivalsa (piena di charme) di Murphy, nelle sette puntate si combatte contro i pregiudizi razziali, il maschilismo e la discriminazione dell’omosessualità.

Alcuni personaggi della serie sono storicamente esistiti, mentre altri sono frutto della fantasia degli scrittori. Henry Willson, Rock HudsonLana Turner, Anna May Wong, Hattie McDaniel, ad esempio, furono realmente protagonisti dell’industria cinematografica che fece la storia del cinema. Molti altri sono totalmente inventati, o costruiti fondendo dettagli e dati provenienti da soggetti diversi.

Jim Parsons e Hollywood

Nella serie Parsons interpreta Henry Willson: talent agent e grande scopritore di volti destinati a passare alla storia del cinema, nonché iconici sex symbol degli anni ’40 e ’50. Ad interessare Murphy però è il dietro le quinte dell’agente delle star. In questo caso una pessima gestione dei rapporti umani, ricatti sessuali e segreti dolorosi, solo per l’alto prezzo del successo. Sembrerebbe che l’allenamento per Sheldon sia tornato utile.

Il vero Henry Willson era omosessuale in un periodo in cui non era “permesso”, e per questo viene rappresentato come simbolo di una rivalsa aggressiva ed autolesionista che lede non solo sé stesso (con l’alcol e il mantenimento forzato delle apparenze), ma anche i suoi clienti.

Tra questi, Rock Hudson (qui interpretato da Jake Picking) al quale plasmò nome ed identità per farlo brillare nel firmamento delle star, mentre il povero attore riuscì a fare outing solo nel 1985, dopo un matrimonio di copertura con la segretaria di Willson.

La capacità attoriale in ruoli drammatici di Jim Parsons (già apprezzata in The Boys in the Band) gli permette di dare corpo ad un profondo tormento, quello di Willson, rappresentando la sua sofferenza interiore coma causa di una crudeltà fredda nel rispetto continuo del suo obiettivo di grandezza.

Rileggere la storia

Tralasciando un accennato buonismo che traspare dalla maggior parte degli altri personaggi, l’atteggiamento e i comportamenti dell’agente di Hollywood fanno emergere aspramente il marcio, celato dietro alla cornice dorata.

Jim Parsons e Jake Picking in Hollywood – NETFLIX

La miniserie, rileggendo la storia, cambia anche l’epilogo di Willson, conferendogli una realizzazione dal punto di vista professionale mai accaduta. Il vero “star maker” finì con il ritrovarsi senza denaro, assorbito dall’alcol. Perse la sua casa e morì di cirrosi epatica nel 1978.

Hollywood riscrive il destino di un uomo, conosciuto come ingranaggio di una macchina senza sentimenti. A lui come ad altri, dona una nuova risoluzione, elevandone un’interiorità forse mai affrontata. Nonostante il gusto personale in merito ad un progetto apparentemente pretenzioso, Jim Parsons risplende, lasciandosi odiare, lasciandosi amare, dalla prima puntata fino all’ultima.

Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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