The Boys in the Band
The Boys in the Band Poster

The Boys in the Band, uno dei testi teatrali più importanti della cultura LGBTQ+ diventa (per la seconda volta) un film, con la regia di Joe Mantello e la produzione di Ryan Murphy.

Se non fossi sicura di essere di fronte ad uno schermo giurerei di avere sentito il fruscio di un sipario…

The Boys in the Band: nasce come pièce teatrale e debutta a New York nell’off-Brodway nel 1968. L’autore è il drammaturgo Mart Crowley. Nel 1970 l’opera diventa un film, Festa per il compleanno del caro amico Harold, di cui Crowley cura la sceneggiatura per la regia di William Friedkin. Nel 2018 The Boys in the Band festeggia 50 anni e il regista Joe Mantello ne dirige il revival, con la produzione di Ryan Murphy, riportandolo a Broadway.

Oggi il testo, che ha attraversato decadi e sguardi, torna a diventare un film, con lo stesso cast artistico e tecnico (Mantello, Murphy) del recente allestimento teatrale, vincendo il Tony Award al miglior revival di un’opera teatrale.

Gli uomini della storia sono omosessuali, come lo era l’autore che ha dato voce al fermento di una dolorosa rivoluzione in atto. E la nuova versione cinematografica è un modo per lasciar propagare quella voce, che nasce verso la fine degli anni ’60, fino ai nostri giorni.

The Boys in the Band: dal palco al set

The Boys in the Band è un kammerspiel che solo all’inizio e alla fine prende le distanze dall’intimità costretta in cui stringe lo spettatore. Ma, quasi come il personaggio di Michael, si muove in fretta per tornare al punto di partenza, protetto da ciò che vive all’esterno del rifugio dove può essere sé stesso. È appunto la casa di Michael (interpretato da Jim Parsons) il luogo dove la narrazione si svolge, e in cui si ritrovano sette amici per festeggiare il compleanno di uno di loro, Harold (Zachary Quinto). A loro si aggiungeranno due personaggi, un gigolò di compleanno e un’ombra del passato.

I ritmi teatrali sono evidenti nel film, e in alcune sequenze l’eco delle loro interpretazioni sul palco e i tempi scenici si fanno sentire, dilagando nel gioco dei movimenti e nei discorsi che si fanno monologhi. Vorrei dire che la presenza della scena teatrale sia fastidiosa e ingombrante, ma non ci riesco, perché andando avanti nella visione ne vorrei ancora e ancora. I dialoghi lunghi, la lungimirante cadenza degli atteggiamenti del corpo, gli scontri violenti e quelli celati, non fanno altro che trascinarmi in una morsa in cui è doloroso e intenso immedesimarmi in loro.

Tutto per coprire il rumore

È il 1968 e otto uomini gay festeggiano un compleanno in un piccolo appartamento di New York. Il vero protagonista non è il festeggiato, ma l’uomo che li ospita: Michael (la presenza autobiografica di Mart Crowley), che organizza una cena speciale per il suo migliore amico con cui è in conflitto da sempre. È il 1968 e l’omosessualità è una questione di cui non si parla in pubblico. Gli uomini che ballano insieme vengono arrestati e manca ancora un po’ ai moti di Stonewall, prima che la guerra vissuta in solitudine si riversi nelle strade.

Il rumore incessante che tutti cercano di coprire con abiti costosi, silenzi costretti e crudeltà è quello della loro identità da nascondere. Ognuno a suo modo, sopravvive, infelicemente problematico e incompleto. Il gioco che li condurrà verso la fine della serata è un massacro viscerale che riporta alla luce tutto ciò che, nel corso del tempo, si sono impegnati a seppellire. Sempre più a fondo, aiutati da stereotipi maschili, virili, cattolici.

THE BOYS IN THE BAND, Scott Everett White/NETFLIX ©2020
THE BOYS IN THE BAND, Scott Everett White/NETFLIX ©2020

Una possibilità per nuove visioni

Il cast dell’allestimento originale era per meno della metà eterosessuale, e benché gli agenti sconsigliassero a quegli attori di accettare il ruolo si ritrovarono sul palco, ad indossare le vite di qualcuno molto lontano da loro. Non meno coraggiosi furono gli altri, nel loro definitivo coming-out artistico dati in pasto al pubblico, e alla storia.

Cast originale di The Boys in the Band –  Getty / Michael Ochs Archives

Mart Crowley non ha potuto vedere cosa è stato capace di diventare il testo scritto quando aveva poco più di 30 anni. È morto il 7 marzo scorso dopo essere stato presente a tutte le riprese a fianco di Joe Mantello. Ma se oggi Michael, Harold, Emory, Bernard, Larry, Hank, Donald e il giovane cowboy sono interpretati da attori omosessuali di grande successo il merito è anche suo.

La sua è una testimonianza immortale, che fotografa un tempo preciso lasciandolo sedimentare come un macigno che torna a colpire. E servirebbero altre mille opere così, prima di arrivare a livellare la normalità, che ancora è indietro e continua a limitare la vita di chi non rientra nei canoni.

Il film è disponibile da ieri su Netflix. Vi consiglio di vedere anche lo speciale di mezz’ora The Boys in the Band: Something Personal, dedicato al dietro le quinte e al drammaturgo.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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