La persona peggiore del mondo - Teodora Film
Renate Reinsve in La persona peggiore del mondo (Joachim Trier, 2021) - Credits: Teodora Film

La persona peggiore del mondo è il titolo, in esatta traduzione, di Verdens verste menneske, film di Joachim Trier presentato a Cannes 2021 (qui il nostro resoconto di quella giornata) e adesso candidato dalla Norvegia agli Oscar 2022. Sempre a Cannes, dove ha anche vinto il premio alla migliore interpretazione femminile (Renate Reinsve), è stato però presentato con il titolo Julie (en 12 chapitres), che in maniera più didascalica già anticipa la struttura di questa storia: Julie in 12 capitoli, con un prologo e un epilogo.

Julie, tuttavia, non è poi davvero la peggior persona al mondo. O forse sì. Certo, mostra il peggio di sé, aggrappandosi a un’idea di felicità troppo indefinita per essere raggiunta e quindi complessa ed egoista. È una millennial con tante, troppe possibilità e nessuna reale capacità di compiere delle scelte. Incastrata tra alcuni momenti di incertezza invalidante e altri di assoluta spavalderia e coraggio. A tratti libera da ogni convenzione e preconcetto, altre volte ingabbiata dalle aspettative degli Altri, come appunto si intitola il primo dei capitoli del film.

Forse la campagna promozionale vi ha fatto credere che si tratti di un nuovo Favoloso mondo di Amélie, ma non potremmo esserne più distanti.

Prima di tutto perché qui non vi è nulla della fiabesca Parigi, ma siamo in un contesto scandinavo: nelle abitudini, nella cultura, nel modo di pensare e agire e, soprattutto, nell’umorismo. In secondo luogo perché è un percorso che va anche al di là della trama romantica attraverso cui è stato presentato, in particolare nel trailer.

Certo, una parte essenziale del film sono le due significanti storie d’amore, a tratti sovrapposte, di Julie, ma si tratta solo di un aspetto della sua vita e del suo personaggio. Inoltre, proprio a causa del carattere e dell’immaturità di Julie, nessuna delle due è davvero in grado di svilupparsi, senza per questo privarsi di intensità o rilevanza. La prima è la storia con Aksel, celebre fumettista quarantaquattrenne. E nonostante si ribelli al solo pensiero, Julie si lascia definire da lui, rimodellando se stessa e i propri confini. La seconda è quella con Eivind, suo coetaneo, in cui tutto rimane immobile, nella costante paura di compiere insieme passi più grandi. Proprio nel primo incontro con Eivind, però, Trier costruisce una delle sequenze più belle di seduzione degli ultimi anni. Un momento stracolmo di desiderio frenato ma indomabile e crescente, destinato a diventare forse una piccola sequenza cult.

Herbert Nordrum e Renate Reinsve in una scena del film - Credits: Teodora Film
Herbert Nordrum e Renate Reinsve in una scena del film – Credits: Teodora Film

Se essere peggiori significa essere liberi e soli

La persona peggiore del mondo, in ogni caso, non è (solo) un film sull’amore, quanto sulla libertà di viverlo secondo i propri termini. Sulla possibilità di esistere fuori dai confini disegnati da altri per noi, fuori dal tempo e dalle tabelle che la società silenziosamente impone.

Trier lo racconta attraverso la testimonianza singola e singolare di Julie e lo arricchisce esteticamente con uno stile frammentario, in grado di fotografare alcune esperienze salienti della sua protagonista. Esperienze, cioè, che la definiscono e la trasformano, come donna e come persona, man mano che si relaziona con il mondo.

Sceglie di farlo attraverso un realismo consapevole, nei temi e nel linguaggio, ma riesce a sorprendere anche con importanti sequenze oniriche che vi stupiranno. Quasi quanto vi stupirà Julie, andate a conoscerla al cinema!

La persona peggiore del mondo è in sala, dal 18 novembre con Teodora Film. Continuate a seguire FRAMED per altre recensioni. Siamo anche su FacebookInstagram e Telegram!

Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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