Las Paredes Hablan, di Carlos Saura.
Las Paredes Hablan, di Carlos Saura.

Il 3 febbraio 2022 usciva nei cinema spagnoli l’ultimo lavoro di un grande regista che sarebbe morto la settimana successiva, il 10 febbraio. Era il maestro Carlos Saura, e il film era il documentario Las Paredes Hablan.

L’opera è un viaggio simbolico tra l’arte preistorica, rappresentata dalle pitture rupestri delle più celebri caverne europee, e l’arte graffittaria urbana, un meraviglioso dialogo di uomini e pareti divisi tra loro da decine di migliaia di anni.

L’arte murale degli antichi…

Un uomo incanutito (91 anni compiuti il 4 gennaio 2022) con una macchina fotografica e una testa piena di tutti i sogni del mondo pensa alle caverne di Altamira, di Chauvet, di Lascuax.

Qui, tra questi muri umidi vecchi anche di 30.000 anni di storia, pieni di significati senza contesto, di storie senza volti e parole, riflette sul significato dell’arte parietale.

Attraverso le parole di pittori (Miquel Barcelò), paleoantropologi (Juan Luis Arsuaga) ed esperti di arte rupestre (Pedro Alberto Saura Ramos) entriamo dentro queste grotte tracciate da peculiari mani umane che lavoravano in solitaria, che possedevano dei codici e delle nozioni di cui oggi non conosciamo nulla. Guidati dagli animali meravigliosi che pascolano su questi muri ci interroghiamo con il regista sul valore simbolico di quest’arte, e siamo testimoni del risveglio dell’umanità.

In un certo punto della sua storia la razza umana ha raggiunto la conoscenza di sé stessa, e ha maturato la necessità di sconfiggere il primo nemico comune che ha individuato: la morte. Seppellendo i suoi cari e consegnando alle oscure grotte il mondo che cominciava a conoscere e a delineare, la razza umana, unica tra quelle animali a farlo, si è svegliata.

…paragonata a quella dei moderni

Adesso il vecchio uomo si volge alle città moderne. Esplorando quell’arte che non entra sulle tele o sui fogli, ma che si esprime nei muri dei vicoli: ci conduce all’arte murale contemporanea. Il graffito moderno è figlio della ribellione degli anni ‘60, è figlio della società dei consumi e delle masse, e nasce come mera firma, in gergo “tag”. La firma significa: io sono qui, e su questo muro sto urlando la mia presenza. Perché le città crescono, cambiano volto, e le innumerevoli pareti crollano ma non i sogni e le necessità delle persone che tra esse vivono. Saura non pone l’obiettivo solo sul graffito artistico, quello che tocca il volto dell’uomo e afferra le istanze antiche dell’arte rupestre; volge lo sguardo al bisogno giovanile di sporcare le pareti della propria gabbia urbana.

Le dichiarazioni d’amore scritte frettolosamente in una notte particolarmente sentita, le vecchie firme scrostate su cui altri apporranno le proprie, le scelte fatidiche dei muri da colorare, da rivitalizzare. Perché proprio come nell’era paleolitica si lasciava entrare il mondo sulle pareti, così oggi chi scrive su un muro guarda prima tutto l’ambiente circostante. Fiorisce grazie ad una bomboletta un vicolo abbrutito dal tempo, un muro spoglio, e tutto quello che c’è intorno al disegno acquista spessore, fascino e bellezza.

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto                

Jorge Luis Borges, L’Artefice

In breve

Aprirci gli occhi, ecco cosa può fare per noi Las Paredes Hablan. In questo sublime e avvolgente dialogo tra gli artisti delle grotte della preistoria e quelli moderni delle nostre strade, siamo catturati dal potere immaginifico e fantastico dell’essere umano, e dall’ultimo fiato artistico di un genio cinematografico che non sarà mai troppo celebrato.

Due parole di intimo commiato e cordoglio

Un giorno, se non andrò fuggendo tra le sale e i festival, mi vedrete seduto su una tomba spagnola, piangendo la vita di un uomo che ha abbracciato fino all’ultimo la sacra arte del cinema, e che attraverso la cinepresa ha esplorato, esaltato e migliorato il mondo. Cosa di cui gli sono immensamente grato.

Ho già dedicato al maestro spagnolo Carlos Saura un sentito articolo celebrativo poco dopo la sua dipartita (qui), ma poter essere vicino al suo ultimo battito artistico è per me fonte di profonda e grave gioia. Queste sue esequie cinematografiche, così moderne e ancora piene di meraviglia, cariche di molte sue sagaci riflessioni, mi fanno voltare le spalle alla morte corporale del regista e desiderare di osservarne solo la grande vitalità che ha infuso nelle sue opere.

In fondo nessun regista muore, se i suoi film continuano ad essere visti; egli vivrà ancora negli occhi e nei cuori dei suoi spettatori, dei suoi testimoni, dei suoi affezionati e malinconici amanti.

Atque In Perpetuum, Magister, Ave Atque Vale

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Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.

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