Photo by Jasin Boland. ©Marvel Studios 2022. All Rights Reserved.

Con Thor: Love & Thunder Taika Waititi firma il suo secondo film dedicato al dio del Tuono, preparandosi ancora una volta a spaccare in due il pubblico, fra chi ama il suo stile giocoso e ironico e chi proprio non tollera il nuovo Thor coatto e lontano dalla figura dei comics. Che abbiate amato o mal sopportato Ragnarok (2017), preparatevi ad accogliere le stesse vibes, elevate al quadrato e con qualche gradita sorpresa in più.

Cosa c’è da sapere: trama senza spoiler

Dopo la fondazione di New Asgard e la morte di Loki, Thor ha perso la sua direzione e il suo scopo. Continua a lottare accanto ai Guardiani della Galassia, quando necessario, e a vivere in solitudine. Senza Mjöllnir, il suo martello, non sa più chi è, ma a riaccendere la potenza del Tuono arriva l’Amore, in diverse forme. La più ovvia è l’amore per la Dottoressa Jane Foster (Natalie Portman), che debutta finalmente nei panni di Mighty Thor, riportando a sé Mjöllnir e il potere che veicola.

Thor, Mighty Thor, Val (Tessa Thompson) e Korg (Taika Waititi stesso) si ritrovano così uniti per affrontare la minaccia incombente di Gorr (Christian Bale), il macellatore di dèi, che ha giurato solennemente di ucciderli tutti, dopo aver riposto a lungo e invano la sua fede. Dannato dalla stessa spada che brandisce, la Necrospada, massacra le divinità con la furia umana della disperazione.

Tutti gli dèi devono morire

Ed è proprio il Gorr di Christian Bale la rivelazione di questo Thor. La figura drammatica e spaventosa che fa da contraltare alla leggerezza del figlio di Odino. Un contrasto ricercato, che funziona alla perfezione. Thor è un dio, non conosce il dramma, non conosce il dolore, non quello umano almeno. Nasce come personaggio al di sopra dei problemi degli uomini, incurante al loro patire. Si trasforma nel corso del tempo, è vero, evolve e matura, sviluppando compassione e sentimenti mai provati prima. Non può tuttavia rinnegare la sua natura, è un Vichingo dello Spazio, non il vicino della porta accanto, e rimane sempre un dio tra gli uomini, che anche quando soffre, non arriva mai a conoscere l’oscurità più profonda.

Gorr, al contrario, è proprio questo. È il buio che assorbe ogni luce e ogni colore, è la rabbia putrefatta in odio e morte. È l’uomo che ha perso tutto ed è annegato nel proprio dolore, lasciandosi accecare dalla vendetta (anziché lasciarsi guidare dall’Amore).

Christian Bale in THOR: LOVE AND THUNDER. Photo courtesy of Marvel Studios. ©Marvel Studios 2022. All Rights Reserved.
Christian Bale in THOR: LOVE AND THUNDER. Photo courtesy of Marvel Studios. ©Marvel Studios 2022. All Rights Reserved.

Appetite for destruction

Non potrebbero essere più diversi, Thor e Gorr, eppure c’è qualcosa che li porta nella stessa direzione, a livello psicologico, e che infatti sul finale li porterà a vivere un parallelismo importante. Entrambi hanno perso se stessi, perdendo qualcosa o qualcuno che amavano. Entrambi sono entrati in una spirale di dissolvenza, in una certa fame di distruzione che non a caso è anche il titolo di quell’album dei Guns N’Roses che si sente risuonare per quasi tutto il film: Appetite for Destruction (1987).

Welcome to the Jungle, Paradise City, Sweet Child O’Mine e una brevissima comparsata di November Rain, che pur appartenendo a un altro disco (Use Your Illusion I, 1991), è ancora più coerente, poiché racconta di un amore perso e inconsolabile, in quel disperato e graffiante outro: Don’t ya think that you need somebody? /Don’t ya think that you need someone? /Everybody needs somebody /You’re not the only one.

Forse è solo una vecchia fan dei Guns che parla, o forse davvero Taika Waititi ha avuto un’intuizione geniale, ma questa musica, questo rock, dà un’energia incredibile al film, apparentemente incontrollata e caotica, eppure misurata al secondo. Waititi è un regista attentissimo, a cui piace senza dubbio esagerare nei toni comici ma che sa gestire benissimo tutta l’azione e il dramma che ruotano attorno alle sue battute, per far ridere anche più forte, quando è il momento.

La regia e lo stile di Taika Waititi – Spoiler Alert

Thor: Love & Thunder deve molto della sua estetica alla cultura rock anni Ottanta, a cui Waititi ha fatto chiaro riferimento, e non solo. Coloratissimo ed esagerato, si rifà anche a molta cultura pop dello stesso periodo, come Masters of the Universe, già indicato dal regista tra le ispirazioni di Ragnarok. Eppure la parte più interessante, più che altro perché inedita e inaspettata, quasi sperimentale per Waititi, è quella che riguarda ancora una volta Gorr.

Come si è detto, Gorr è oscurità, oltre a vivere in essa. In una scena, in particolare, viene descritto come colui che risucchia la luce ed è qui che subentra l’intuizione registica, l’attenzione di Waititi ai dettagli: cos’è la luce se non un fascio di colori? E come comunicare al pubblico che i colori si ritraggono alla presenza di Gorr? Sì, esatto, con il passaggio temporaneo alla fotografia in bianco e nero. Un bianco e nero accentuato, dai neri così intensi e profondi da sembrare quasi bidimensionali, come la pagina di un fumetto.

E non è finita qui, perché ancora l’inizio e la fine di Thor: Love & Thunder, oltre a dare ampio spazio alle doti attoriali di Christian Bale in due splendide scene, trasportano il pubblico in un universo lontano dal MCU.

Il film si apre su un deserto arido, che ricorda più Mad Max che le precedenti avventure di Asgard. Un non luogo, bianco e isolato, in cui si consuma la tragedia di Gorr. Si chiude in un altro non luogo, un’infinita distesa di cielo e acqua, in cui al contrario avviene la redenzione di fronte all’Eternità. Un cerchio che si chiude, con un precisione estetica rara nella Marvel, vista così solo in Eternals di Chloé Zhao o in alcune scene del Multiverso della Follia di Sam Raimi e che per questo provoca ancora più piacere.

Mighty Thor – Spoiler Alert

Last but not the least, non può mancare un commento sull’attesissimo debutto di Mighty Thor. La trasformazione della Dottoressa Jane Foster era stata presentata come il punto focale del film che tuttavia, a ben vedere, rimane sempre improntato sull’arco narrativo del protagonista maschile. Le eroine Marvel si nutrono di una nuova sensibilità, soprattutto nella Fase 4, però non escono mai del tutto da schemi comodi e confortevoli perché “già noti” (vedi Wanda nel Multiverso della Follia). La vera eroina di Thor, forse, rimane sempre e soltanto la splendida Valchiria (Tessa Thompson), ma il percorso di Jane Foster si chiude da vera guerriera vichinga, nel modo più soddisfacente possibile, senza fare troppi spoiler.

In Love & Thunder, comunque, anche Jane si perde. Non ha più il ruolo di dottoressa geniale e non è una vera dea. Entra in un limbo in cui prende in prestito il potere di Thor, aggrappandosi ad esso per sopravvivere. Nella sua storyline, in effetti, l’aspetto che colpisce di più è l’introduzione della malattia, della caducità della vita umana che sottolinea ancor di più la natura ibrida dell’universo Marvel, in cui i superpoteri e i viaggi intergalattici coesistono con le emozioni e le paure più umane.

Leggi anche l’approfondimento dedicato all’evoluzione del personaggio di Thor nel MCU e continua a seguire FRAMED per aggiornamenti sui film in sala. Siamo anche su InstagramFacebook e Telegram.

valeria-verbaro-framed-magazine
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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