M. Il figlio del secolo. Foto di Andrea Pirrello
M. Il figlio del secolo. Foto di Andrea Pirrello

M. Il figlio del secolo arriverà in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW dal 10 gennaio. Presentata a Venezia 81, e fermamente definita dall’interprete protagonista Luca Marinelli “una serie antifascista”, è tratta dal bestseller di Antonio Scurati, vincitore del Premio Strega, e si avvale della regia di Joe Wright, oltre che al lavoro di un cast eccezionale che ha riportato nel prodotto finale la forza di un impegno collettivo nel trasformare le parole in immagini, la Storia in volti e sensazioni.

Si è tenuta lo scorso 13 dicembre al Cinema Barberini di Roma la conferenza stampa di presentazione, a cui hanno partecipato il regista Joe Wright, i produttori Nils Hartmann, Executive Vice President Sky Studios per l’Italia, e Lorenzo Mieli per The Apartment (una società di Fremantle), gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, Antonio Scurati, co-autore con Bises e Serino del soggetto di serie e dei soggetti di puntata, e i protagonisti Luca MarinelliFrancesco RussoBarbara ChichiarelliBenedetta Cimatti.

In prima fila erano presenti anche molti altri attori e attrici del cast di M. Il figlio del secolo, a ricordare come il cinema e la serialità siano prima di tutto arti collettive.

Un prima e un dopo per la serialità italiana (e non solo)

“Abbiamo sempre detto che c’è stato un prima e un dopo Gomorra, per Sky Italia, ma forse proprio per l’industria italiana; penso che con M. Il figlio del Secolo siamo arrivati ad un altro punto di svolta, anche se con contenuti completamente diversi ovviamente”. Così Nils Hartmann definisce l’arrivo di un cambiamento decisivo per la serialità, segnato da un progetto produttivo che ha richiesto coraggio: “un progetto così ambizioso e così diverso nell’affrontare un genere come il period drama non si era mai visto”, continua il produttore, sottolineando quanto la serie sia un dramma storico estremamente contemporaneo, nello stile, nella musica, nel montaggio, nel visivo.

Tutto ha inizio con il romanzo di Antonio Scurati: “Il primo impulso è arrivato da Antonio, che mi ha dato la possibilità di leggere prima il manoscritto di M“, racconta Lorenzo Mieli, ed è proprio da lì che è iniziato un lavoro molto lungo, che ha il suo incipit nel 2017. L’adattamento del libro doveva essere da un lato emotivamente travolgente, portando il pubblico ad empatizzare con Mussolini, dall’altro doveva ribadire ogni volta il distanziamento razionale.

“La mostruosa abilità di racconto che la scrittura, la recitazione, la direzione hanno messo in atto è molto coerente con il tema”. Afferma Mieli, specificando che negli anni ha spesso amato affidare le serie a registi provenienti dal cinema. E vedere come Joe Wright sia stato capace di portare tutto il suo cinema dentro quest’opera è sorprendente.

Rompere la quarta parete

Gli sceneggiatori Bises e Serino hanno avuto il compito di rendere audiovisivo il testo letterario: in primis sposando gli elementi che hanno ispirato il tono per questo primo Mussolini; un Mussolini un po’ perdente, sconfitto, opportunista, meschino, vile e bugiardo, componenti che si prestavano a farne un Alberto Sordi, un Tony Soprano, come spiegano in conferenza stampa. Un trattamento necessario per far sì che lo spettatore lo comprendesse in un primo momento, arrivando poi a star male per aver provato un tale sentimento. Emblematico in questo senso e lo sguardo in macchina in cui il controcampo è proprio chi guarda, siamo noi.

“La rottura della quarta parete sicuramente mi è sembrato il modo più naturale di riprodurre cinematograficamente quella che è la struttura narrativa del romanzo, che è costruito come una specie di collage che comprende lettere, telegrammi, articoli di giornale, scene di finzione”, spiega il regista Joe Wright, così ha scelto di adottare una struttura in qualche modo simile, consapevole del rischio di empatia, così sottile, ma necessaria, per riprodurre quell’effetto di seduzione e poi di conseguente abbandono che si riscontra anche in tutti i personaggi che nella serie si relazionano al Duce (come ad esempio nel Cesare Rossi di Francesco Russo).

M. Il figlio del secolo. Foto di Andrea Pirrello

Una storia visionaria, drammatica, la nostra Storia

M. Il figlio del Secolo parla della nostra Storia, e “questa è la cosa più dolorosa di tutte”, dice Marinelli, dichiarandosi per nulla preoccupato della reazione del pubblico, bensì molto curioso.

La rappresentazione di Mussolini passa attraverso l’umano, evitando definizioni come cattivo, mostro, poiché complici di una giustificazione che pone l’uomo su un altro piano, quasi su un altro pianeta. Così l’interpretazione dell’attore restituisce un essere umano che coscientemente ha scelto quello che ha fatto, toccando la parte più oscura di sé, “cosa che è stata devastante a livello personale”, racconta, “ma una delle esperienze più belle mai fatte a livello artistico”.

“Questa serie mi ha lasciato dentro il fatto di essere presente: di voler essere presente al mio presente, e anche al mio passato, perché è solo così che possiamo comprendere ciò che siamo e quello che stiamo vivendo, e capire quale sia la direzione non solo utile per noi, ma per tutti”, confessa Marinelli.

La sfida più grande? Risponde il regista: “La sfida più grande è stata quella di trovare il tono giusto, era molto importante non ritrarre Mussolini come un pagliaccio, ma prenderlo sul serio, e fare in modo che la serie potesse intrattenere il pubblico. Questa è la cosa principale: non insegnare, non predicare, ma intrattenere”.

M. Il Figlio del Secolo è una serie Sky Original prodotta da Sky Studios e The Apartment, società del gruppo Fremantle. La regia è di Joe Wright, alla sceneggiatura Stefano Bises e Davide Serino – anche autori del soggetto di serie e di puntata insieme ad Antonio Scurati.

Qui la recensione di M. Il figlio del Secolo.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.