Nahum 3:6: I will cast abominable filth upon you, make you vile and make you a spectacle

Mai sottovalutare una citazione se è la prima cosa che un regista decide di mostrare all’inizio di un film, soprattutto se quel regista è Jordan Peele, che non lascia mai niente al caso.

Il versetto della Bibbia, tratto dal profeta minore Naum, è già paradigmatico, istituisce il senso e la morale di NOPE, da ricercare proprio nello spettacolo, nel discorso e nell’analisi che viene fatta sul sistema produttivo hollywoodiano, sullo sfruttamento delle immagini e dei traumi, della manovalanza e degli animali e soprattutto nell’atto stesso del guardare.

Se pensate di assistere a un bis di Get Out, non troverete nessuna metafora sociale così ardita, sotterranea e intelligente. Se ricercate gli stessi brividi (di paura e di piacere) che è in grado di suscitare Us, ancora una volta resterete a mani vuote. Jordan Peele lo dichiara subito, dal primissimo trailer che mostra solo ciò che non serve, che NOPE non è ciò che pensiamo. Allora cos’è?

NOPE nella filmografia di Peele

Innanzitutto NOPE è un’evoluzione del cinema di Peele, che trova la via di fuga da un stile in cui rischiava di fossilizzarsi e lo fa sfruttando altri due generi oltre l’horror: la fantascienza e il western. Due generi classici di Hollywood e in apparenza opposti (il futuro e il passato), ma in realtà focalizzati entrambi su una minaccia esterna ed estranea da combattere. NOPE quindi parla di vita extra-terrestre in un polveroso ranch? Nel senso più didascalico e letterale, sì. Ma ancora una volta, è Peele che stiamo guardando: vietato fermarsi alla superficie delle cose!

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Gli elementi di continuità con il lavoro precedente non mancano. Innanzitutto, anche se in misura minore, è sempre presente un senso dell’umorismo episodico, pungente e quasi fuori contesto, irresistibile proprio per questo. Lo si nota già dal titolo, un forte no, una negazione colloquiale, ripetuta spesso dai personaggi nei momenti di maggiore paura, come a voler ricacciare indietro ciò che sta accadendo intorno a loro, ma anche Not Of Planet Earth.

Secondo e fondamentale elemento di raccordo è la colonna sonora, sempre curata da Michael Abels, sempre ricca di archi e fiati, essenziali alla creazione della tensione, e impreziosita da brani non originali che creano un contesto culturale di riferimento: da Dionne Warwick e Stevie Wonder a Exuma, The Obeah Man.

Ciò che muta, anzi che opera un vero e proprio strappo con il passato, è la scrittura. Meno allegorica ma anche meno fluida, spezzata in veri e propri capitoli, introdotti da titoli su fondo nero. Sembra caotica, nella misura in cui, per esempio, introduce linee tangenti, spunti diversi di riflessione e di visione senza mai scavarvi troppo in profondità. Il caos però non è un concetto che si addice a Peele e infatti, anche la sottotrama in apparenza più slegata, quella di Gordy, ha un suo senso ai fini del film. Ci arriveremo, un passo alla volta.

Nope – Trama e temi

OJ (Daniel Kaluuya) ed Emerald (Keke Palmer) Haywood ereditano l’attività di famiglia dopo l’improvvisa e inspiegabile morte del padre, interpretato da Keith David (il cui piccolo ruolo è un omaggio all’horror fantascientifico La cosa). Sono allevatori di cavalli per i set cinematografici, diretti discendenti del fantino nero che per primo apparì in un’immagine in movimento: The Horse in Motion di Eadweard Muybridge.

Since the moment pictures could move, we had skin in the game

Con questa battuta Emerald rende esplicito quello che è sempre stato chiaro nel cinema di Peele, l’importanza del black cinema nella storia e nella cultura statunitense nonostante la rimozione collettiva spesso operata da Hollywood. Contemporaneamente è la frase che introduce il tema metacinematografico, il cinema che parla di se stesso e che lo fa a partire dalla base della piramide, dai lavoratori anonimi e mai riconosciuti, coloro grazie a cui il cinema è arte ed è artigianato, non solo industria e profitto. Loro sono gli sfruttati, “uccisi” dal dio denaro, come simbolicamente viene ucciso Otis Senior, il padre dei protagonisti, trafitto da un quarto di dollaro caduto misteriosamente dal cielo a velocità letale.

Urla lontane, un suono alieno che sguscia via attraversando lo schermo, decine di oggetti familiari che, precipitando, si trasformano in lame improvvise. Peele introduce così l’elemento sovrannaturale, rifacendosi all’ormai classico stratagemma de Lo Squalo: ciò che non si vede ancora, spaventa di più.

E proprio lo sguardo è un tema sotteso all’intero film, da un lato connesso allo spettacolo (spectacŭlum, da spectare ‘guardare’) a cui fa riferimento anche la citazione biblica iniziale, dall’altro connesso in senso più ampio all’esplorazione sensoriale dell’horror: dopo l’udito in Get Out (l’ipnosi di Chris) e il tatto, la vibrazione vocale in Us (le Ombre mute) è ora il turno della vista.

Guardare e addomesticare

L’atto del guardare in NOPE è connesso al controllo, al dominio e alla capacità di domare l’indomabile. Gli Haywood domano cavalli per il cinema, ma li conoscono, li amano, li rispettano. Vivono in simbiosi con la loro natura, fino a plasmarla. Hollywood non sa farlo, è solo una macchina che prosciuga e reprime la natura, al punto da generare conseguenze devastanti, come nel caso di Gordy, lo scimpanzé con cui si apre il film. Un animale in trappola, spremuto come un oggetto scenografico su un set televisivo, che all’improvviso, sentendo nominare la giungla, si libera con violenza.

È una scena cruenta e spaventosa, in cui tutta la potenza del selvaggio si scaglia contro l’umanità. Gordy si scaraventa contro i suoi colleghi attori, ricoperto del loro sangue. Li uccide, li deforma, li sconquassa, eppure noi non lo vediamo. A coprire l’orrore c’è sempre qualcosa che si frappone, un divano, una porta… La vista preclusa, insieme ai suoni dettagliati dei colpi e delle ossa rotte, è ciò che fa di questo momento uno dei più terrificanti del film. Ma a cosa serve? Gordy non è un alieno né un personaggio principale.

Gordy fa parte del passato, di una sitcom in cui Jupe (Steven Yeun) recitava da bambino. Jupe adesso è il residente più vicino al ranch degli Haywood, proprietario di un parco giochi a tema western, in cui continua a recitare una parte, tenendo nascosto il suo trauma più grande, anzi erigendovi un vero e proprio museo segreto. Dietro una parete del suo ufficio, ancora intatti dietro teche di vetro, ci sono i resti della scena distrutta da Gordy, compresa una scarpa rimasta in verticale, sospesa nel tempo e sporca di sangue, forse segno di qualcosa che ancora non è finito.

Jupe infatti ha qualcosa di irrisolto, un ultimo gesto che gli è stato negato. Credeva di essere l’unico a poter controllare Gordy, l’unico di cui l’animale si fidasse e a cui anche dopo il massacro, stava per porgere la zampa insanguinata come segno di alleanza e riconoscimento. Lo scimpanzé viene ucciso prima che questo gesto si compia, lasciando in Jupe il desiderio irrealizzato di controllare l’incontrollabile.

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È fra i primi ad accorgersi che qualcosa si nasconde nei cieli di Agua Dulce, a pochi chilometri da Los Angeles, ma non è colui che lo saprà addomesticare, divorato dalla sua stessa smania di onnipotenza.

Spoiler alert

In una nuvola che rimane sempre fissa all’orizzonte, infatti, si acquatta un predatore alieno che ha fatto dei ranch di Agua Dulce il suo territorio. È un enorme disco (simile a una creatura marina e secondo Peele ispirato a Sahaquiel, Angelo di Neon Genesis Evangelion), vivo e mutevole, che ha bisogno di nutrirsi, attirando a sé tutto ciò che di altrettanto vivo trova sulla terra. I cavalli scappano intuendone la presenza, l’elettricità scompare, tutto sembra rifuggirlo.

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Nessuno tranne OJ capisce che si tratta di un singolo ed enorme esemplare alieno, un predatore solitario, non un disco volante, con cui “è necessario scendere a compromessi”. OJ, da allevatore esperto, silenzioso osservatore del comportamento dei suoi animali, capisce anche come affrontarlo, come sfruttare le sue caratteristiche a suo favore e, soprattutto, come salvarsi.

The impossible shot

Il mostro risparmia infatti chi non lo guarda, chi resiste alla curiosità di alzare gli occhi al cielo, elemento di trama che da lontano ricorda un po’ Medusa, un po’ il mito di Orfeo ed Euridice. Il punto, di nuovo, è lo sguardo, il controllo attraverso l’atto del vedere.

Peele, con NOPE, afferma che quel controllo è effimero, oltre che pericoloso, è il potere di rendere tutto spettacolo (make you a spectacle, Naum), senza comprendere davvero i meccanismi e le relazioni del mondo.

“The villain is this otherworldly threat. And it is also something that everyone has in common—everyone’s relationship to the spectacle.”

J. Peele

Il film riassume questa volontà di potenza con un’espressione molto efficace, l’impossible shot, la ripresa impossibile, infattibile, leggendaria. E non a caso la brama dell’impossible shot divora un personaggio secondario su cui vale la pena soffermarsi. Antlers Holst (Micheal Wincott) è il direttore della fotografia contattato da Emerald per riuscire a ottenere su pellicola la prova dell’esistenza degli alieni. Solo l’analogico, infatti, può cogliere la figura che è in grado di mettere fuori uso ogni altro dispositivo. OJ, Emerald, Antlers ed Angel (un interessante Brandon Perea con un piccolo ruolo tra il comico e l’aiutante), preparano una trappola, la meravigliosa scena madre del film.

Tutto va (quasi) per il verso giusto fino a quando la hybris prende il sopravvento, ed è ovviamente il superbo atto di sfida dell’uomo bianco, bersaglio preferito delle frecciatine di Peele. Antlers infatti non si accontenta di una buona prova, vuole la ripresa perfetta, con la luce migliore, e spinto quasi da una forza invisibile, quella del suo stesso desiderio, finisce tra le fauci di Jean Jacket, nome che OJ dà al mostro alieno.

Jean Jacket

Jean Jacket è anche il nome del cavallo che Emerald desiderava da bambina, poi addestrato dal padre e dal fratello per un set e perso per sempre. Parallelamente alla storia di Gordy e June, Jean Jacket è quella componente selvaggia che Emerald non è mai riuscita ad addomesticare. OJ sembra quasi farlo di proposito, sceglie un nome che ha senso profondo per entrambi, siglando così anche il momento in cui lui e la sorella, così distanti e così diversi, iniziano a trovare terreno comune.

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Il set su cui fu portata Jean Jacket era infatti anche il primo su cui OJ avesse mai messo piede, quello di The Scorpion King. Un ricordo prezioso di cui conserva anche gelosamente la felpa arancione indossata nel finale.

La scelta di questo nome contribuisce quindi a creare il senso montante di epicità dell’ultimo atto, inoltre, permette di far passare, dalle mani di OJ a quelle di Emerald, lo scettro di eroina del film.

Mentre OJ è disposto fin da subito a sacrificarsi (anche se nei film di Peele l’eroe nero non muore per principio) è proprio Emerald ad addomesticare la sua Jean Jacket e alla fine e salvare tutti.

Il lavoro di Keke Palmer e Daniel Kaluuya, in questo senso, è impressionante. Per oltre metà del film interpretano due personalità opposte, giocate proprio sul contrasto. Tanto è laconico, calmo e silenzioso OJ, tanto è esuberante, rumorosa e vitale Emerald. Kaluuya dà ancora una volta prova della sua mostruosa capacità attoriale riuscendo a recitare di soli sguardi: gli occhi più espressivi di Hollywood in questo momento storico. Con l’evoluzione della trama i due si trasformano, integrandosi sempre di più, man mano che si riscoprono come persone e lottano insieme per sopravvivere. E se la coppia Peele-Kaluuya era già una garanzia, il modo in cui il regista ha diretto l’esplosiva Palmer fino a farne la punta di diamante del film è ancora più interessante.

La regia di Peele, le citazioni e alcuni aspetti tecnici

Jordan Peele non inventa niente, la sua genialità sta nel saper rielaborare in una forma diversa elementi che conosciamo già. Chi di voi, per esempio, guardando i primi poster dei personaggi ha subito pensato a Steven Spielberg? E no, non parlo soltanto della leggera somiglianza con la locandina di Jaws, ma proprio della cosiddetta “Spielberg Face”, così come teorizzata dal critico Kevin B. Lee.

Quel volto atterrito, incuriosito e rapito dall’ignoto, in un’espressione di meraviglia e paura insieme, che è tipica dei bambini, ma in cui chiunque può riconoscersi di fronte a qualcosa che colpisce a tal punto da creare timore reverenziale. È l’inquadratura tipica di Spielberg, usata con più frequenza nei suoi due film che più di tutti sembrano aver ispirato NOPE, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e La guerra dei mondi (2005).

E i riferimenti possibili non finiscono qui, da quelli più semplici, come il celebre inseguimento di Intrigo Internazionale riprodotto da OJ e Jean Jacket, a quelli più di nicchia, come Buck and the Preacher (1972), fra i primissimi western che celebrano l’esistenza dei black cowboys, diretto e interpretato da Sidney Poitier. NOPE è un film impregnato di cultura cinematografica, che non disdegna nemmeno qualche autocitazione. La scena nella stalla, con i piccoli alieni che spuntano dal buio, trasuda tutto quello stile e quell’estetica di Get Out e Us che Peele in qui ci nega, ma che sa benissimo di poter replicare con facilità.

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È un film inoltre curatissimo nel suono e nella fotografia, elementi essenziali del cinema horror.

A spiegare il sound design di NOPE è proprio il sound editor Johnnie Burn, nel podcast di Indiewire, Filmmaker Toolkit. All’inizio è impossibile distinguere il verso del predatore alieno, anticipato solo dal nitrire acuto dei cavalli. È un modo anche questo per incrementare la suspense e la paura dell’ignoto. Quando è ormai chiaro cosa sia Jean Jacket, Peele e Burn cercano di dargli una voce più realistica possibile Lo fanno sfruttando le caratteristiche del sistema Dolby Atmos, che permette di riprodurre un “dome of sound”, una cupola di suoni a 360°, molto diversa dal muro bidimensionale dei piccoli schermi. Insieme alle riprese IMAX, questo sound design crea un’esperienza audiovisiva unica, che rispecchia la reale fisiologia dell’orecchio umano e, riuscendo a dare profondità uditiva ai campi lunghi e agli spazi immensi della polverosa Agua Dulce, rende ancora più spaventosa la minaccia che incombe dal cielo.

Un cielo nitido e blu, che acuisce il mistero della notte, è quello creato da Hoyte van Hoytema, già celebre direttore della fotografia di Christopher Nolan (Interstellar, Dunkirk, Tenet). Per creare la straniante luce notturna, van Hoytema ha girato in 65 mm sia con il sistema Panavision sia con una camera digitale infrarossi, usando la luce naturale del giorno, trasformata in un nuovo e straordinario effetto notte.

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In breve

NOPE è un grande esempio di horror lovecraftiano per definizione, il cosmic horror incentrato sulla paura dell’ignoto. Non ha un vero villain, se non gli Spettatori stessi, in senso lato, che alla costante ricerca dell’immagine perfetta, perdono di vista il potere e il pericolo che lo spettacolo esercita sulla mente. È una riflessione sulla cultura delle immagini, sul cinema e sullo sfruttamento capitalistico e visuale del trauma. Più di ogni altra cosa, però, è in sé un magnifico spectacle che ribalta l’accezione negativa del biblico inizio.

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