
Sei pezzi facili è il titolo che racchiude le sei pièce teatrali di Mattia Torre, adattate poi per la televisione, con la direzione artistica e la regia di Paolo Sorrentino. Un progetto che nasce per omaggiare Torre, sceneggiatore, regista e commediografo, venuto a mancare prematuramente nel 2019, all’età di 47 anni.
Nel 2003, Torre, non sapendolo, pone le basi per il grande progetto futuro, e insieme a Valerio Aprea scrive il monologo teatrale In mezzo al mare, che vince poi la rassegna Attori in cerca di autore al Teatro Valle di Roma.
Nel 2005 ha firmato lo spettacolo Migliore, interpretato da Valerio Mastandrea. Tra il 2007 e il 2010, ha collaborato alla sceneggiatura della serie TV Boris e successivamente, ha scritto e diretto l’omonimo film, uscito nel 2011, di grandissimo successo. Nello stesso anno torna a Teatro con lo spettacolo 456, di cui realizza anche un sequel televisivo per LA7, all’interno del programma The Show Must Go Off di Andrea Salerno e Serena Dandini.
Paolo Sorrentino decide di portare in scena il teatro comico e profondo dell’amico, con rispetto, ammirazione e una grandissima operazione culturale. Cura quindi la regia televisiva per Rai Cultura di Sei Pezzi Facili, raccogliendo le sei opere ideate da Mattia Torre e rivisitandole in chiave cinematografica, senza stravolgerle.
Le sei puntate dello spettacolo televisivo, andate in onda su Rai 3 nel 2022, sono disponibili sulla piattaforma streaming Raiplay.
Gola con Valerio Aprea – Il cibo: piacere, compensazione o avidità?
“Siamo ciò che mangiamo”, “mangia, prega, ama”, “uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”.
Solo per riportare alcune delle migliaia di frasi sul cibo. Oltre a divorarlo, siamo noi a essere stati divorati da lui. Aprea si concentra più sulla prima parte della frase: gli italiani di oggi divorano il cibo. Il cibo è ovunque, se ne parla mentre si mangia ancora con la bocca piena, ogni occasione è buona per mangiare, dalla merenda all’aperitivo e il dolce post cena.
Le festività e le riunioni con familiari o amici sono l’occasione perfetta per ingozzarsi, e gli italiani non hanno nel vocabolario la parola sazietà, proprio non la si trova.
Attraverso il suo monologo, comico dall’inizio alla fine, Aprea dimostra come il cibo si sia trasformato in eccesso. L’avidità che viene rappresentata non è solo alimentare, ma è quella di una società che consuma senza freni inibitori, che accumula e divora. Il cibo diventa dunque metafora dell’avidità economica, del capitalismo e dell’incapacità dell’essere umano di fermarsi a riflettere sui propri bisogni reali e necessari, quindi della noncuranza.
Il buon vecchio Dante Alighieri ci aveva visto lungo già nel Trecento, quando mise i golosi nel terzo cerchio dell’Inferno.
Migliore con Valerio Mastandrea – La predisposizione al grottesco dell’essere umano
Alfredo Beaumont è un uomo normale, che però sente come un buco dentro alla sua personalità, all’altezza dello stomaco, tale mancanza si riempie di paranoia, tristezza, insonnia. Ha paura della vita, lo sa bene, e ha paura della morte. Bloccato in uno scenario di azioni ripetute in cui accontentare il prossimo è la modalità con cui ogni giorno riesce a sopravvivere, incappa in una tragica rottura.
Un incidente lo porta a riconsiderare le sue abitudini umane, e quel buco dentro di lui piano piano si riassorbe, di pari passo al coraggio che l’uomo acquista nel mostrarsi non più buono e accondiscendente, ma schietto, violentemente volitivo. Disprezzando le mancanze degli altri, inizia ad apprezzare la ricchezza della sua voglia di essere davvero migliore, a patto di essere peggiore di prima. Sul palco Mastandrea percorre una geometria che gli consente così di rendere concentrico il racconto. Muovendosi su un quadrato immaginario, dove le luci cambiano in base al colore delle parole che pronuncia, dona al monologo dei rintocchi emotivi, lasciando che l’accostamento delle frasi diventi fortemente espressivo per lo spettatore.
Con Migliore il paradosso dello stare al mondo si comunica con leggerezza, come fosse una cosa semplice, come una cosa che c’è e basta.
Perfetta con Geppi Cucciari – Aderire alla propria natura
In un tempo maschile, lineare perché così dettato dall’uomo, la donna vive di continuo il suo ciclo. Quattro martedì, quattro settimane in cui la sensibilità e la percezione del mondo mutano, il corpo muta. Con ironia pungente e mai fuori luogo, il testo di Mattia Torre, portato in scena da Cucciari già anni fa, descrive in maniera lucida e divertente uno spaccato di quotidianità che non perde credibilità pur essendo un racconto femminile scritto da un uomo.
A dargli forma, voce e ritmo è un’attrice che dell’ironia tagliente, con volto duro e impassibile, ha fatto un cavallo di battaglia. Irresistibile.
Qui e ora con Valerio Aprea e Paolo Calabresi – Difficoltà antropologiche
2 giugno. Festa nazionale. Quale miglior giorno per fare un incidente in motorino? Le ambulanze tardano ad arrivare e l’incidente diventa un pretesto per far confrontare due esseri umani inconciliabili e insoddisfatti della vita e di loro stessi.
Perché quindi non prendersela con l’altro in maniera brutale? In fondo, noi esseri umani, non siamo altro che animali. A volte, la nostra vera natura, in qualche modo deve pur uscire. I due uomini, molto diversi tra loro, incarnano due visioni opposte della vita e dell’Italia di oggi. Da un lato c’è un cuoco aggressivo, cinico, ossessionato dal successo e dal denaro. Dall’altro, un uomo mammone, più insicuro, che cerca di dare un senso alla propria esistenza con scarsi risultati. Il primo vive (o crede di vivere) secondo le regole del mercato e l’altro lo subisce.
I protagonisti, bloccati in una situazione assurda, usano il dialogo come arma della loro battaglia, rivelando rancori, rabbia repressa ed egoismo. Il titolo Qui e Ora sottolinea un’urgenza, un richiamo: in un mondo dove tutto scorre velocemente come veicoli in autostrada, i due personaggi sono costretti a fermarsi e affrontare sé stessi. E uno è la possibilità dell’altro per poterlo fare.
456 con Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo De Ruggieri e Giordano Agrusta – La prigione del conservatorismo
Il palcoscenico è una casa isolata del Sud Italia in cui si muove un nucleo familiare composto da madre, padre e figlio che parlano un dialetto deformato, ricco di infiltrazioni dei vari dialetti meridionali, risultando grezzo e poco chiaro, ma cordiale.
Da questo spazio lontano dalla modernità non sembra ci sia via d’uscita. La casa, l’unico luogo dove si sviluppa la sceneggiatura, rappresenta la triste prigione del conservatorismo.
L’esistenza dei genitori è scandita da una serie di monotoni rituali e convinzioni ignoranti tramandate da generazioni, e che a loro volta tramandano al figlio. Appare forte l’idea che tutto ciò che provenga dall’esterno sia pericoloso e minacci il loro equilibrio (precario). Il figlio mostra però segni di insofferenza e desiderio di libertà, ma non viene neanche ascoltato, solo rimproverato.
A sovvertire l’ordine ci pensa il quarto personaggio, “lo straniero”. L’uomo di città si trova lì per ragioni economiche: sembra che la famiglia faccia parte di un misterioso “progetto 456” finanziato dallo Stato, che rischia di essere interrotto. Dunque, attraverso un dialetto che suscita riso ma critica anche, si esplorano temi che toccano la politica e l’arretratezza culturale, dando vita a una storia molto attuale.
In mezzo al mare con Valerio Aprea – In mezzo al mare della confusione: naufragio o balìa?
Davvero un incidente stradale può far scaturire un dialogo introspettivo sulla conoscenza di se stessi? Quanto è difficile raccontare una verità se si convive con la sensazione di non conoscere nulla?
Valerio Aprea è chiamato a testimoniare davanti ad un giudice, a causa di un incidente stradale che lo vede coinvolto. Difficile, perché parlare davanti a qualcuno che ascolta e giudica, presuppone una conoscenza precisa su un fatto che ci riguarda. Allora più che complicato diventa impossibile, quando noi stessi sentiamo che niente ci riguarda.
La confusione mentale ci fa sentire in balìa delle onde, come se fossimo su una zattera leggerissima e mal costruita che potrebbe naufragare da un momento all’altro. Il caos è come un viaggio, che non per forza deve avere destinazione, ma può insegnarci a godere del percorso.
Attraverso le sue parole, ci si chiede davvero come mai, nell’epoca odierna, la maggioranza delle persone abbia questa ossessione nel doversi definire per forza. Definirsi nel lavoro, in una relazione, nelle amicizie, nei valori e nelle passioni che ci rendono umani. Aprea, con il suo monologo, suggerisce che tutto questo esibizionismo nel dimostrare di essere, è forse una maschera per celare ciò che non sappiamo di essere.
C’è un bisogno costante di trovare un’identità chiara e riconoscibile, quasi come se l’essere indefiniti fosse un difetto, un segno di instabilità o di mancanza di direzione.
Questo spettacolo, tra amarezza e comicità, è un elogio alla confusione. Il problema che viene palesato è questa ossessione verso la definizione, che porta a una rigidità fisica ed emotiva. Ma, forse, l’identità non dovrebbe essere qualcosa di fisso, bensì un flusso in continua evoluzione. Magari la vera libertà sta nel concedersi il lusso di non definirsi troppo, di vivere in balìa, senza la necessità di catalogarsi ad ogni costo.
Su FRAMED vi abbiamo parlato anche dell’ultimo film di Mattia Torre, Figli: qui la recensione. Siamo anche su Facebook, Instagram e Twitter.






