Josh O'Connor in The Crown - Credits: Netflix

La caratteristica principale di The Crown, serie creata da Peter Morgan per Netflix, è la capacità di mescolare storia e fantasia drammatica. Da un lato si aggrappa a eventi, scandali o personaggi conosciuti in tutto il mondo occidentale, dall’altro scava liberamente nella psicologia dei suoi personaggi. Raccoglie i mille frammenti sparsi tra immaginario comune, biografie ufficiali o ufficiose e crea dei protagonisti da cui è difficile non farsi affascinare.

Tra tutti i momenti memorabili di The Crown, uno dei picchi più alti si raggiunge con la sesta puntata della terza stagione: Tywysog Cymru. Letteralmente significa Principe del Galles ed è infatti dedicata all‘introspezione del Principe Carlo e alla sua investitura. Contemporaneamente, però, è anche una puntata dedicata all’identità, alla lingua e alla cultura gallese che, non dimentichiamolo, è molto diversa da quella inglese della Corona.

Carlo in The Crown: Principe sensibile e represso

Il riservato, sensibile e represso Carlo, nelle due stagioni precedenti ci è stato presentato soprattutto come un figlio non amato, perché simbolo incarnato della morte della Regina. Non abbiamo prove che sia realmente così, però è interessante come gli autori abbiano trasformato la freddezza pubblica della Regina in una questione di sentimento umano e materno. O meglio nell’incapacità di una madre di amare il figlio che rappresenta la sua fine.

Nella terza stagione Carlo ha finalmente terminato gli studi nella terribile Gordonstoun, nel Nord della Scozia. Un collegio duro che aveva il compito di irrobustire il suo carattere, secondo il padre Filippo. Rompendo un’antica tradizione, Carlo non entra nelle forze armate e frequenta invece il Trinity College di Cambridge dove è finalmente felice, sia negli studi sia nella vita personale. Per citare direttamente le parole della Regina/Olivia Colman all’inizio della 3×06. Gli piace recitare, così esprime se stesso.

E così in effetti lo troviamo, nella primissima sequenza: in un camerino di Cambridge, insieme ad altri colleghi attori. Carlo/Josh O’Connor guarda fisso dentro lo specchio e sottovoce recita, guardandoci negli occhi, un significativo pezzo del Riccardo II.

La vuota corona che cinge le tempie mortali di un re tiene corte la morte e là si insedia (Atto III, Shakespeare).

Josh O'Connor in The Crown 3x06 - Credits: Netflix
Josh O’Connor in The Crown 3×06 – Credits: Netflix

Il volto di Josh O’Connor, molto dolce rispetto a quello spigoloso del Principe Carlo, crea un legame immediato con lo spettatore, rompendo subito la quarta parete. Dopo questo sguardo intenso, l’allineamento psicologico del pubblico sarà su Carlo per l’intera puntata. Così quando poco dopo lo si vede seduto da solo, al centro di una grande stanza, accerchiato dalla Famiglia Reale che lo obbliga a lasciare Cambridge e andare in Galles, non si può che condividere la sua stessa sensazione di costrizione e infelicità.

Il Galles

Il motivo per cui Carlo è costretto ad andare in Galles nasce da un’idea del Governo Laburista guidato da Harold Wilson. La tradizione voleva che l’erede al trono fosse incoronato Principe in Galles. Come accadde nel 1911 con Edoardo VIII. La cerimonia, tuttavia, molto antica e molto fastosa, includeva un eccessivo dispiego di militari, che il Galles separatista degli anni Sessanta non avrebbe accettato. In quel periodo, infatti, i repubblicani nazionalisti gallesi consideravano apertamente il potere della Corona come un potere imperiale di oppressione sul loro popolo.

L’idea di Wilson fu quella di ribaltare il senso della cerimonia di incoronazione, avvicinando il Principe al territorio. Per farlo, Carlo trascorse un trimestre all’Università di Aberystwyth, per imparare il gallese, conoscere la cultura e infine, imparare a pronunciare il suo discorso di investitura in entrambe le lingue, inglese e gallese.

Josh O'Connor (Carlo) e Mark Lewis Jones (Millard) in The Crown 3x06 - credits: Netflix
Josh O’Connor (Carlo) e Mark Lewis Jones (Millard) in The Crown 3×06 – credits: Netflix

Nel corso della puntata assistiamo quindi a una progressiva crescita del Principe, per la prima volta a contatto con una realtà ostile alla Corona stessa. Il suo mentore ad Aberystwyth, per esempio, è uno dei capi dei repubblicani nazionalisti, Edward “Tedi” Millward. Lo scontro civile, umano, ma non per questo meno brutale, fra i due non miete però vittime. All’inizio si limita a essere uno sfruttamento reciproco: Millward mira a costruire un discorso di investitura a favore del Galles, Carlo vuole solo accontentare la Corona per tornare a Cambridge. Quest’utilitarismo, tuttavia, lascia poi spazio alla stima, all’ascolto e a una vera conoscenza, che si trasformano in un legame indefesso ancora oggi tra il Principe e il Galles.

Il discorso del 26 luglio 1969

Arriva dunque il fatidico giorno del discorso di fronte al popolo del Galles, di fronte alle telecamere della TV nazionale e, naturalmente, di fronte alla Regina stessa. L’idea di Wilson si rivela vincente. L’uso della lingua gallese, che per altro sentiamo nel corso dell’intera puntata, è un simbolo molto forte di appartenenza. Lo sforzo compiuto da Carlo per avvicinarsi alla popolazione dà il risultato politicamente sperato, aprendo uno spiraglio di avvicinamento tra la popolazione gallese e la Corona (o meglio, il suo erede).

Storicamente, tuttavia, è da sottolineare che il vero Principe Carlo non si mostrò mai a favore del nazionalismo del Galles, come invece accade nella puntata. La grande svolta della 3×06 è che Carlo, cosciente del fatto che la Regina non possa capire una sola parola del discorso in gallese, si proclama molto vicino alle richieste di indipendenza del Galles. Riconosce pubblicamente la necessità di proteggere questa diversa identità nazionale e al contempo si ribella alla madre.

Il Principe Carlo nel 1969 e Josh O'Connor in The Crown - Credits: web
Il Principe Carlo nel 1969 e Josh O’Connor in The Crown – Credits: web

Nella realtà Carlo non sfidò la Corona fino a tal punto, ma nella finzione questo lo rende ancora più affascinante come personaggio. Lo rende la rivelazione della stagione, anche se forse nella quarta, accanto a Diana, la sua figura è molto diversa. Per ora, invece, lo lasciamo così, coraggioso e sensibile, che torna su un palco a recitare, nei panni di Riccardo II, la parte di un re che ancora non è.

The Crown 3×06 – Una puntata da ricordare

Questa puntata, che tiene anche noi spettatori lontano dal senso di oppressione di Londra, ci permette quindi di immaginare un momento di crescita personale essenziale per il Principe. E al tempo stesso ci trasporta all’interno di una realtà che probabilmente non conoscevamo abbastanza da un punto di vista storico. Abituati, come siamo, a usare impropriamente come sinonimi i termini inglese e britannico, o a non far differenza tra il Regno Unito e le diverse identità interne che danno un senso a quell’unione.

Sia per il contesto storico, sia per la magistrale costruzione psicologica, questo episodio è forse la più bella dell’intera serie. Rimane impresso nella mente dello spettatore, per le emozioni suscitate e le velate critiche sferrate alla Corona stessa. Mette, più di tutti gli altri, in discussione il senso di un potere coloniale e imperiale in un mondo profondamente diverso rispetto all’inizio del secolo. Fa quindi riflettere e pensare al futuro, a una vuota Corona sulla testa di questo Principe, così diverso dalla madre.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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