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“The Devil All The Time”

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Il nuovo film di Antonio Campos basato sul romanzo di Donald Roy Pollock promette un racconto corale, ma lascia la voglia di approfondire i personaggi secondari.

The Devil All The Time, disponibile da ieri su Netflix, potrebbe trarre in inganno: ha un cast formidabile (Robert Pattinson, Tom Holland, Sebastian Stan, Mia Wasikowska, Bill Skarsgård) e una scrittura ben concepita, ma dopo la prima ora è chiaro che il protagonista c’è eccome. Non sarebbe un problema, anzi, ma lascia irrisolti background necessari per connettersi all’evolversi degli eventi. Mi spiego meglio.

Dilatare il tempo senza ragioni

Non è un crimine nella narrazione cinematografica; bensì dilatare il racconto può essere un’arte, ma bisogna saperlo fare. La buona riuscita di un escamotage del genere fa sì che ogni minuto sia tagliente come una lama e bruci per la sua sospensione d’intenti. Di sicuro questo non succede in The Devil All The Time, dove il racconto si lega perfettamente nella prima parte ma si scioglie noiosamente verso il finale.

Inserito tra la Seconda Guerra Mondiale e la guerra in Vietnam è un film in cui il conflitto infiamma le pulsioni iniziali e perde senso per le generazioni figlie della violenza: come un’onda circolare dà il via a sintomi diffusi, nel sottostrato umano della popolazione di un quadrato geografico che comprende varie cittadine dell’America del Sud. In questi luoghi, collegati tra loro tramite il transitare disperato di vite che si incontrano, Dio è la salvezza e l’unica legge con cui confrontarsi, il Diavolo invece l’entità da combattere sempre, perché non aspetta altro che le preghiere si affievoliscano per affondare le unghie nel candore.

Robert Pattinson in The Devil All The Time. Netflix

La vera crudeltà è opera degli uomini

La religione è la nebbia invisibile che avvolge i personaggi: li acceca come una forza magica dettando legge sul loro modo di agire. Succede per il marine Willard (Bill Skarsgård), che decide di smettere di pregare dopo aver visto la violenza estrema sul campo di battaglia, ma che poi costruisce il suo personale santuario, davanti al quale piega suo figlio e si rivolge ad un Dio che, nonostante le urla disperate, non provvede alle sue richieste. Succede al reverendo Roy Laferty (Harry Melling), che, allucinato, crede che il Signore l’abbia scelto come un eletto in grado di esercitare la vita e la morte.

Ma il destino è una belva beffarda che non dipende da un disegno più grande di loro; è solo il frutto della violenza che pervade l’aria che respirano, e che insegnano e tramandano, accogliendola come presenza familiare e unica strada percorribile.

Giustizia divina/respiro del Diavolo

Avrei voluto vedere davvero il Diavolo nel film. Non sto parlando di un essere mostruoso con coda e forcone, ma una più accentuata descrizione del senso insito della storia.

Nella prima parte del film il puzzle combacia alla perfezione, ogni cosa ha una conseguenza e le decisioni si disperdono in un labirinto di incastri che incide inevitabilmente su tutti. Ma ad un certo punto il protagonista è facilmente riconoscibile: il giovane Arvin che ha sempre con sé la pistola tedesca riportata da suo padre, e le luci vengono puntate su di lui, lasciando meno spazio agli altri. Si rimane con la necessità di saperne di più.

Lontano dalla guerra (non leggete se non volete spoiler)

Per Arvin la violenza è il ricordo più bello di quando era bambino, e vi ricorre per difendersi e difendere chi ama. Ma la guerra si appresta a tornare e il ragazzo scappa lontano dal conflitto e da sé stesso. Sebbene dalla metà in poi il film proceda a singhiozzi, vale la pena aspettare per il finale metaforico che fa tirare un sospiro di sollievo e che solleva il ragazzo dal perdono di Dio e dalla paura del Diavolo.

Con uno sbadiglio bellissimo si rilassa, finalmente, lasciandosi alle spalle un capitolo chiuso, e si fida ad addormentarsi accanto ad un estraneo che di sicuro non gli farà del male.

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Tag:, , , , , Last modified: 18 Settembre 2020
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