Olivia Colman The Lost Daughter
BiM Distribuzione

Strozza l’aria nella gola, The Lost Daughter, come un thriller di cui si ha costante paura, mista a un’inevitabile fascinazione. Eppure non c’è niente da temere. È tutto nella nostra mente, in quella sensazione costante per cui, se una donna osa essere davvero libera, da un momento all’altro si abbatterà su di lei una spaventosa punizione. Maggie Gyllenhaal coglie subito questa sensazione e riesce nell’impresa – non facile – di portare sullo schermo la brutalità immaginifica di Elena Ferrante, con un esordio alla regia che stupisce per solidità e qualità.

L’adattamento

Non siamo più in Italia. Leda (Olivia Colman) rimane sempre una professoressa universitaria, tuttavia proviene da Boston e si trova in vacanza non più sulla costa ionica italiana ma in un piccolo paradiso greco. Ricerca e gode della propria solitudine fino all’incontro con Nina (Dakota Johnson), che come la sua rumorosa e invadente famiglia, proviene dal Queens (New York) e non più da Napoli come nel libro. Le dinamiche rimangono però identiche. Nina risveglia in Leda ricordi sospiti e respinti nell’inconscio. Ricordi dolorosi di quando, per inseguire il proprio desiderio di realizzazione, aveva abbandonato Bianca e Martha, le figlie ancora piccole, e il marito. Il pubblico ha accesso diretto a quei ricordi, grazie alla linea temporale dei flashback, che si intreccia al presente e aiuta a capire chi è Leda e soprattutto perché sia così ossessionata da Nina e dalla sua bambina. In questi momenti a dare il volto e corpo ai desideri indomabili della giovane donna è Jessie Buckley (vista in Sto pensando di finirla qui), candidata all’Oscar insieme a Olivia Colman per questo ruolo.

BiM Distribuzione

I’m an unnatural mother

Sono una madre innaturale. Leda lo confessa a Nina, ma soprattutto a se stessa. In quella giovane donna, a tratti esasperata dalla piccola Elena, rivede se stessa e il peso schiacciante di un ruolo che annulla tutti gli altri: “children are a crushing responsibility”. Leda ama le sue figlie, non tollera di annullarsi per loro. E questo suo conflitto interiore è in realtà dettato da condizioni esterne, dalle aspettative altrui, non dalle oscillazioni della sua volontà. È il mondo che chiede alle madri di essere sempre presenti, sempre impeccabili e che le giudica innaturali quando non rispecchiano questi canoni. Per scegliere la sua felicità, Leda si è condannata a un senso di colpa costante, che riemerge con forza di fronte a Nina e di fronte alla bambola della sua bambina. Oggetto quasi sacro di quella maternità mancata, che Leda ruba, nasconde, veste e riveste, cercando in quei gesti di espiare il suo passato.

We’ve got to hold on to what we’ve got

E seppure la bambola diventa letteralmente il feticcio su cui si riversano tutti i tormenti di Leda, non basta restituirla per sentirsi di nuovo libera. Ad alleviare la sua sofferenza è solo lo scontro diretto con Nina, il sangue che scorre dal ventre ferito, la confessione sincera di ciò che Leda è e di ciò che desidera, nonostante il giudizio e le reazioni altrui. Un po’ come la canzone che Leda canta a squarciagola verso il finale: dobbiamo tenere stretto quel che abbiamo, quel che siamo [Living on a Prayer, Bon Jovi]. È solo così che è possibile convivere con le proprie scelte, soprattutto se il prezzo da pagare è la felicità.

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