I'm Thinking of Ending Things, Netflix
I'm Thinking of Ending Things, Netflix

Quanto mi era mancato Charlie Kaufman, con la sua scrittura a cassetti, dove non sai mai quanto siano profondi e soprattutto, quanti siano in generale. Sceneggiatore illuminato (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004) e regista complesso, sin dal suo debutto nel 2008 con Synecdoche, New York, anch’esso film strutturato in scatole, sempre più piccole, sempre più enigmatiche, torna con I’m Thinking of Ending Things.

Kaufman, cinema “magico” prestato a Netflix

Ho sempre pensato che la forza del suo cinema risiedesse nell’arte magica di rappresentare, fusi in un magma, sogno e realtà. In una scenografica coesione di immagini e architetture dell’immaginazione. Kaufman nel tempo ha creato scenari difficili da dimenticare, ma più che altro, impossibili da rimuovere dalla propria memoria di spettatore e cinefilo, permeabile per natura. Per questo appena ho visto la notizia relativa all’uscita del suo nuovo film ho iniziato a fantasticare, pregustando un nuovo pezzettino di sogno tutto da scoprire.

I’m Thinking of Ending Things dal 4 settembre è disponibile su Netflix; ho avuto il piacere di vederlo e, sì, ve lo dico subito, non sono rimasta delusa, ma non vi nego che è stato tutt’altro che facile riordinare le idee, capire gli intenti, interpretarne le sfumature. Esattamente come al momento del risveglio, dopo immersioni oniriche incomprensibili, sono andata a scandagliare le immagini come piccoli tasselli di un puzzle a cui mancano dei pezzi, poiché incastrati sotto alle zone cieche della mente.

Sinossi (pezzettini di una storia che nasconde molto di più)

Lucy esce di casa, è inverno e sta nevicando. Jake, il suo ragazzo, la porterà a conoscere i genitori, nella fattoria in campagna dove è cresciuto. Durante il viaggio in macchina, però, la ragazza inizia a pensare di “farla finita”, non è sicura sia la cosa giusta rimanere insieme a Jake, stanno insieme da 6 o 7 settimane (neanche lei se ne ricorda) e ha molti dubbi, ripensamenti, e riflette tra sé e sé mentre la destinazione si avvicina, insistendo sul voler tornare a casa per la sera, dato che dovrà lavorare anche di notte ad un saggio che sta scrivendo.

Ora immaginate un iceberg gigantesco e pensate a queste poche righe di sinossi come la punta in cima, e visibile solo da vicino, di una mole enorme dove un’esistenza ghiacciata sta per frantumarsi in mille pezzettini (scatole minuscole). Quindi vi avverto, se non volete spoiler non continuate a leggere.

FILM/LIBRO

I’m Thinking of Ending Things (Sto pensando di finirla qui) è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Iain Reid. Non credo che il discorso “il libro è meglio del film” qui sia necessario, perché andando a paragonare le due opere si capisce quanto Charlie Kaufman abbia interiorizzato profondamente il romanzo, per poi scavare nel non detto delle pagine e rappresentare una sua personale ipotesi di rilettura. Dando voce a sentimenti non scritti ha interpretato, forse, le sue sensazioni in merito alla storia, e ne ha tratto un dipinto in movimento, raffigurante sottotesti incisivi, che non hanno deluso sicuramente lo scrittore Reid (co-produttore del film).

A contribuire alla forza estetica dell’opera cinematografica il formato compresso in 4:3 e una fotografia vellutata, merito del direttore della fotografia Łukasz Żal (lo stesso di Ida del 2014 e Cold War del 2018).

Il primo segnale d’allarme è il maglione

Lucy rimugina sulla partenza, i suoi pensieri, che ascolto curiosa, introducono il primo viaggio con Jake, per cui prova nostalgia, più che eccitazione: nostalgia per la loro relazione, per lei, per lui. Un uomo anziano la guarda dalla finestra, mentre aspetta Jake giù in strada, anche lui pensa a qualcosa, che si sovrappone alla narrazione interna della ragazza, la quale, infastidita, sembra quasi sentirlo.

Lucy non passa inosservata tra la neve e i portoni scuri, indossa un cappotto arancione e un basco rosso che si abbinano al colore di capelli, guanti e sciarpa gialli, una combinazione che attira la mia attenzione (e che diventerà fondamentale quando da una scena all’altra mi renderò conto dell’ inspiegabile cambio di vestiti all’arrivo alla fattoria). E non è l’unica cosa che non riesco a spiegare. Infatti l’entusiasmo iniziale (seppur poco convinto) di un’avventura in macchina iniziata con un bacio e una citazione di Game of Thrones si appassisce, e iniziano ad accadere strane cose.

Apparentemente solo noi abbiamo il privilegio di sentire cosa pensa la ragazza, eppure in alcuni momenti Jake cambia repentinamente espressione, come se sentisse distintamente parola per parola le riflessioni che lo riguardano. Questo però non lo ferma dal parlarle del poeta inglese William Wordsworth, autore di molte poesie dedicate ad una donna di nome Lucy, con cui la sua ragazza ha in comune il nome, ovviamente, e il fatto di essere “l’ideale”, un pensiero romantico di un uomo innamorato, forse. La ragazza un po’ scocciata non è “il tipo da metafore”, anche se, timidamente e su richiesta di lui, si cimenta nella recitazione del suo ultimo testo poetico. Strano, perché pochi minuti prima aveva dato l’idea di essere una studiosa di fisica, potrebbe essere entrambe, forse.

Tralasciando il fatto che riceva una chiamata di una certa “Lucy” (una sua amica alla quale non ha voglia di rispondere) che mi fa avvertire il pericolo di precipitare in paradossi lynchiani, continua a comparire l’anziano dei primi minuti che lavora come bidello in un liceo, e le prove degli studenti nel musical Oklahoma, a cui assiste, guarda caso il preferito di Jake. Il ragazzo ha una grande passione per il cinema e si assume la “colpa” di guardare troppi film (e nei film, si sa, si possono fare cose che nella vita reale non sono ammesse).

È il maglione però il segnale d’allarme: appena entrati nella casa in campagna i vestiti di Lucy sono solo simili a prima, ma hanno cambiato colore, il cappotto è rosa, non ha più gli accessori gialli, e il maglione, prima arancione, è improvvisamente sbiadito.

Questo mi porta a riconsiderare dettagli perduti, e infatti noto che anche dalla strada alle scene in macchina il cappotto è un altro. La prima intuizione è che Kaufman abbia iniziato a giocare con me senza neanche che me ne accorgessi, mischiando le carte, abbassando le luci, incespicando nelle mie sinapsi. Non sono così lontana dalla verità.

I’m Thinking of Ending Things, Netflix
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I’m Thinking of Ending Things, Netflix
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L’unica cosa di cui si ha paura è il tempo

Continuando, scena dopo scena, la percezione della realtà inizia ad incrinarsi, destando lentamente un senso di paura ed inquietudine inizialmente immotivata. I nervi si tendono, le mani sudano, eppure non succede nulla di manifesto che me ne dia motivo. Bensì è ciò che non accade a rendermi sospettosa.

Il pranzo con i genitori di Jake è una pantomima grottesca che mette a disagio gli ospiti (e lo spettatore) e durante la conversazione a tavola non solo i vestiti della ragazza si modificano, ma anche le acconciature, le affermazioni. Tutto diventa stranamente relativo come se ad ogni sguardo un dettaglio cambiasse per farla impazzire. Lucy, che in macchina era una fisica, e poetessa, mentre racconta del suo lavoro dice di fare la pittrice, e mostra i suoi quadri salvati nella galleria immagini sul telefono.

I particolari indefiniti iniziano a dominare la percezione, gli eventi si fanno distorti, le battute si riavvolgono e il tempo diventa relativo in maniera soffocante: si alternano momenti appartenenti a tempi storici diversi, lo si capisce dall’aspetto dei genitori di Jake, un attimo giovani, l’altro malati e vecchi. È il tempo a terrorizzarmi, perché, esattamente come in un sogno, è illogico e sfocato. Che Lucy in realtà stia pensando di farla finita da se stessa e dal rimbombare dei suoi pensieri continui? Ma soprattutto, chi è veramente Lucy?

Il sogno di Charlie Kaufman

Non risponderò a queste domande, è compito vostro arrivare alla fine del film ed eventualmente a delle conclusioni. I’m Thinking of Ending Things diventa lentamente un incubo dal quale il risveglio sarà traumatico, ma non sarò io a spiegarvi il perché. E a quali foto, parole e libri accatastati fare attenzione. Guardatelo sapendo che è tutt’altro che un thriller psicologico.

Sebbene l’arte visionaria di Kaufman dilaghi a volte in accenni deliranti (gli ultimi 20 minuti mi daranno ragione), rimane per me una magistrale prova di visionarietà, il suo cinema. I’m Thinking of Ending Things è quel sogno allucinato dove nonostante cambino i colori, i nomi si confondano e le parole più importanti si dimentichino subito, è impossibile da scordare. Continua incessantemente ad insistere su un senso ancora nascosto tra le pieghe dei ricordi. E un pranzo non è solo un pranzo, e Lucy nonostante tutto era proprio il tipo di ragazza “fatta per le metafore”.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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