#BlackAF Netflix - photo credit: web

Probabilmente Black as Fuck (o #blackAF) è una di quelle serie che, almeno qui in Italia, spariscono nel calderone del catalogo Netflix. Proprio per questo, però, è arrivato il momento di parlarne, poiché di tratta di una delle idee più divertenti viste in circolazione di recente, un modo alternativo per raccontare la black culture. 

L’idea dietro Black as Fuck

Showrunner e creatore di Black-ish, Kenya Barris mette in scena episodi e discorsi della sua quotidianità attraverso un esilarante mockumentary (un falso documentario). A parte Barris stesso, i ruoli della moglie e dei sei figli sono interpretati da attori professionisti, ma caratteri, personalità e dinamiche corrispondono perfettamente. Per averne conferma, ho sbirciato i vari profili Instagram dei Barris, ritrovando molto di ciò che viene raccontato.

Dietro la macchina da presa c’è la secondogenita Drea (Leyah, nella realtà), futura matricola di una prestigiosa Film School. Drea riprende la quotidianità di casa Barris con una troupe evidentemente esagerata e insistentemente voluta dal padre. Fin da subito sono chiari i toni parossistici e autoironici. Dietro l’umorismo, tuttavia, si nascondono questioni reali e urgenti, abitudini e traumi che hanno in comune sempre lo stesso denominatore: la schiavitù.

Uno stile inconfondibile

Come si nota dal sarcasmo dei titoli di ciascun episodio, la schiavitù è l’argomento ricorrente di ogni nucleo tematico nella serie. Spesso è la soluzione ultima a cui Barris fa riferimento per spiegare le ragioni profonde della black culture: ciò con cui è necessario fare ancora i conti.

Iman Benson (Drea) in una scena di #BlackAF - CREDITS: web
Iman Benson (Drea) in una scena di #BlackAF – CREDITS: web

In molte occasioni, sulle parole di Kenya spesso si sovrappongono frammenti di clip, fotografie o immagini di repertorio che racchiudono gli interventi più “didascalici”. In questi momenti il mockumentary abbandona la commedia e si fa vero e proprio documentario. Dà voce a questioni sociologiche e antropologiche e contemporaneamente dà spazio a nomi, volti e artisti della black community.

Tra risate e “spiegoni”: il vestito della domenica…

Nel primo caso viene subito in mente, tra tanti esempi, il discorso di Kenya riguardo le apparenze, ossia l’intera cultura estetica afroamericana discussa nella prima puntata. Sin dai tempi delle piantagioni, le buone apparenze portavano all’accettazione. I padroni vestivano gli schiavi a festa per andare in chiesa e l’idea del “vestito della domenica” nel tempo si è trasformata. È diventata l’ossessione del raggiungimento di uno standard per lo sguardo bianco, un concetto deviato di “bell’aspetto”, basato sui canoni caucasici.

È qualcosa che ti cambia il DNA, dice Barris, qualcosa che ti fa credere di non essere mai abbastanza. Ma dalla consapevolezza nasce anche il ribaltamento. Per questo motivo dagli anni ‘70 in poi avviene un processo di riappropriazione dell’immagine popolare, attraverso la valorizzazione dell’estetica afro. Dal funky all’hip hop, nel tempo si è creato un intero universo della moda e del costume black, riflesso ancora oggi anche nel linguaggio: swaggy, gucci, fresh, fly…

…e il Juneteenth, naturalmente

L’altro caso su cui vale la pena soffermarsi è l’attenzione riservata agli artisti, ai nomi, alle voci di questa cultura. Non mi riferisco solo al cameo di Issa Rae, Ava DuVernay o Lena Waithe. L’esempio più significativo è quello rappresentato dall’intero terzo episodio, non a caso dedicato al Juneteenth. In Italia non sappiamo praticamente nulla di questa festa afroamericana che commemora la fine della schiavitù dal 19 giugno 1865.

Questo episodio, tuttavia, riesce a spiegarne perfettamente lo spirito. Inoltre ospita come guest star l’artista Knowledge Bennett e una sua opera concettuale, da lui stesso spiegata negli ultimi minuti. Nello tempo di un solo episodio vediamo Marvin Gaye cantare l’inno statunitense, un pittore presentare la sua arte e Barris con la maglia di Kaepernick (celebre giocatore NFL, esonerato per aver protestato durante l’inno nazionale). Tutto mentre un’intera comunità festeggia una festa di indipendenza di cui – probabilmente – non avevamo idea. 

Fermarsi ad ascoltare per capire

E questi sono solo due esempi. La verità è che io ho riempito cinque pagine di appunti cercando di stare dietro a tutto quello che viene detto nella serie. Con pazienza ho deciso di mettere in pausa ogni volta che un nome o un fatto non mi era chiaro, facendo ricerche prima di andare avanti. Non essendo black as fuck, ritengo infatti che questo sia il modo più giusto e semplice per capirne di più.

È necessario affidarsi alle voci dirette di chi cerchiamo di conoscere meglio, portando poi a termine gli spunti di riflessione che nascono da questi incontri. È importante, quindi, cercare le fonti, l’arte, la letteratura specifica. È un lungo viaggio che richiede ascolto e apertura, ma riserva molte scoperte interessanti e cercheremo di farle insieme, su FRAMED.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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