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Judas and the Black Messiah, Shaka King, 2021 – Recensione

Judas and the Black Messiah - Warner Bros

JUDAS AND THE BLACK MESSIAH © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved Photo Credit: Glen Wilson

Ora possiamo finalmente togliere le giacche militari e indossare vestiti normali, così i Fratelli Lucas, autori del soggetto, hanno festeggiato l’uscita di Judas and the Black Messiah. Il film infatti è approdato su HBO Max qualche settimana fa negli USA e oggi 9 aprile arriva sulle piattaforme on demand italiane.

Questa frase, scherzosamente pubblicata sui social, già rivela la natura intrinseca di Judas and the Black Messiah: un’opera militante. Scritta per il popolo, the People, per Black Lives Matter e, naturalmente, per Fred Hampton e il Black Panther Party (BPP).

È la prima forma di racconto del BPP, finora immortalato solo attraverso documentari, a partire da Black Panthers di Agnès Varda (1968, su MUBI). Per una coincidenza, che non è realmente tale, quest’anno è ben il secondo film che parla della Chicago del 1968/69, insieme al Processo ai Chicago 7, anch’esso candidato agli Oscar. Non è una coincidenza, dicevo, perché solo adesso i tempi sono realmente maturi per raccontare questa storia.

E lo sanno bene i Fratelli Lucas che hanno trascorso gli ultimi sette anni a presentarne l’idea a diverse produzioni (senza mai lasciare da parte le loro giacche militari). Solo adesso si è aperto uno spiraglio per un pubblico più vasto in grado di ascoltare e comprendere, anche se spesso il contesto storico del film è sottinteso, dato per noto. Ulteriore prova che la militanza dell’opera è soprattutto per chi già conosce le vicende e ha aspettato oltre 50 anni per vederle rappresentate.

È quasi impossibile che Judas and the Black Messiah vinca l’Oscar al Miglior Film, al quale è candidato insieme ad altre 5 categorie. È un film che parla di rivoluzione nera e armata, di socialismo e di comunismo. Parla della politica delle Black Panthers, così ostracizzata dall’FBI e dalla stessa cultura statunitense che premiarne la rappresentazione adesso sarebbe ipocrita. È un outsider, in tutti i sensi, dà voce cioè a chi è stato gettato fuori dalla Storia. E proprio per questo è un’opera che va ascoltata e va apprezzata per molti aspetti, a partire dal suo messaggio e dai suoi incredibili interpreti.

A destra, Daniel Kaluuya in JUDAS AND THE BLACK MESSIAH
Copyright: © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Glen Wilson
A destra, Daniel Kaluuya in JUDAS AND THE BLACK MESSIAH
Copyright: © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Glen Wilson

IL GIUDA E IL MESSIA

Il Black Messiah – così come è descritto da Martin Sheen nel ruolo di J. Edgar Hoover è la persona in grado di catalizzare su di sé le istanze comuniste, pacifiste e nella Nuova Sinistra. È quella figura da cui l’FBI era ossessionata e terrorizzata. È stata vista in Martin Luther King, poi perseguitato dalle intercettazioni federali (ne abbiamo parlato qui) e poi traslata su Fred Hampton in quello stesso 1968 dell’assassinio di MLK. Per riuscire ad abbatterlo, l’FBI è entrata nelle maglie del BPP attraverso un giovanissimo informatore, William O’Neal.

Hampton il messia e O’Neal il giuda sono rispettivamente portati sullo schermo da Daniel Kaluuya (già vincitore del Golden Globe e del SAG Award per questo ruolo) e Lakeith Stanfield. Entrambi concorrono agli Oscar per la statuetta al Miglior attore non protagonista. Perché, se ne sono i protagonisti già dal titolo? Perché è innanzitutto una scelta della casa di produzione presentarli come tali, in un racconto che vuole essere corale, senza leader, come il movimento Black Lives Matter di oggi.

Non c’è dubbio tuttavia che il Fred Hampton di Kaluuya sia l’Eroe di questo racconto, il modello irraggiungibile, da ammirare e da cui imparare. È costantemente incorniciato dentro un’aura sacrificale che raggiunge il suo climax quando la macchina da presa lo incorona con la Peacock Chair di Huey P. Newton, in una simbolica inquadratura. Rimane a una distanza siderale dal pubblico, quasi intoccabile nel suo status di martire, di personaggio epico. Al contempo, O’Neal/Stanfield non è nemmeno la figura in cui il pubblico si può riconoscere. È il bersaglio ideale dell’FBI, un adolescente di strada, un piccolo criminale senza alcuna affiliazione politica. Per salvarsi dal carcere accetta una prigione maggiore e diventa l’infiltrato, il Giuda Traditore, che alla fine riceve persino i suoi 30 denari: i palesemente simbolici 300 dollari che si notano nell’ultima scena, minima parte degli oltre 200.000 che guadagnò come informatore dell’FBI. Rimane sempre a cavallo tra due mondi, senza saper scegliere la sua morale e soprattutto senza trovare piena accoglienza in nessuno dei due.

Cosa rimane allora? The People, naturalmente. Power is anywhere there’s people. Il potere è ovunque ci siano le persone. È a loro che il film è dedicato ed è lì, in mezzo – nella folla in cui spesso la macchina da presa indugia, impallandosi volontariamente – che il pubblico può entrare e riconoscersi. E il regista Shaka King mostra chiaramente tutto questo.

Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield in Judas and the Black Messiah © 2020 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Glen Wilson
Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield in Judas and the Black Messiah © 2020 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Glen Wilson

UNA REGIA DIDASCALICA PER UN INTENTO SUPERIORE

La più forte conseguenza dello spirito apertamente militante del film è la regia didascalica di Shaka King, al suo esordio dietro la macchina da presa. King è l’assistente storico di Ryan Coogler (qui in veste di produttore). Non è certo nuovo del mestiere, perciò l’uso scolastico che fa della grammatica filmica è da intendere come una dichiarazione di intenti, più che come mancanza di esperienza.

La volontà del regista, infatti, si può definire pioneristica: come accennato, Judas and the Black Messiah è il primo film non documentario che racconta le Black Panthers. Deve e vuole costruire per la prima volta una rappresentazione cinematografica iconica e lo fa sfruttando tutto quello che la spettacolarità del cinema stesso ha da offrire: piani sequenza, panoramiche rivelatorie, carrelli e significanti movimenti di macchina. Non si può fare a meno di notare, per esempio, la palese citazione dell’inconfondibile carrello dal soffitto di Taxi Driver (1976). L’inquadratura, inventata da Scorsese per evidenziare il caos e la violenza provocati da Travis Bickle/De Niro sul finale del film, è riprodotta fedelmente per mostrare l’orrore creato dall’FBI nella notte in cui uccise Fred Hampton (e Mark Clark).

Sempre dal punto di vista registico, poi, è anche molto facile individuare le classiche costruzioni visuali del potere, e del senso di celebrazione che pervade il film. In un racconto che cerca di essere corale, infatti, emerge con forza il peso morale e personale di un solo uomo: Fred Hampton/Kaluuya, non a caso inquadrato sempre dal basso verso l’alto, con la sola eccezione delle brevissime scene d’amore in cui la compagna Deborah Johnson è l’unica sua pari.

Johnson, oggi conosciuta come Akua Njeri, è stata anche una consulente essenziale di Judas and the Black Messiah. È sulla base delle sue testimonianze, per esempio, che è stata riprodotta l’agghiacciante scena dell’esecuzione di Hampton.

Dominique Fishback nel ruolo di Deborah Johnson © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures
Dominique Fishback nel ruolo di Deborah Johnson © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved
Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures

PUOI UCCIDERE UN RIVOLUZIONARIO MA NON LA RIVOLUZIONE

Poiché abbraccia del tutto il punto di vista delle Black Panthers, comprese quelle coinvolte nella ricostruzione dei fatti, Judas and the Black Messiah è senza dubbio un film schierato. Mostra senza mezzi termini l’altra faccia di quell’FBI, di solito dipinta come emblema dell’eroismo nazionale e della salvaguardia dell’identità statunitense. Spiega apertamente cosa sia il privilegio e il suprematismo bianco nei discorsi subdoli dell’agente Mitchell e in quelli abietti di Hoover. Crea una distinzione così netta fra il Bene (del popolo) e il Male (delle istituzioni e del razzismo sistemico) che chiunque si trovi in mezzo non può che essere lacerato da un conflitto interiore senza soluzione. Come accade a O’Neal, morto probabilmente suicida nel 1990.

Il pubblico, d’altra parte, è invitato ad approfondire le istanze delle Black Panthers e chiamato a prendere una decisione. E non sembra affatto difficile farlo, soprattutto se Hampton/Kaluuya spiega così la lotta di cui siamo testimoni:

Non è una questione di violenza o non violenza. È una questione di resistenza al fascismo o non esistenza all’interno del fascismo.

Judas and the Black Messiah – Warner Bros. Pictures

Judas and the Black Messiah è da oggi disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Mediaset Play Infinity.

Qui in anteprima, 10 minuti del film selezionati da Warner Bros. Pictures.

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Tag:, , Last modified: 9 Aprile 2021
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