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The Best of 2020 – I preferiti della redazione

collage the best of 2020 framed magazine

Film, serie tv, spettacoli dal vivo, musica, libri e videogiochi: il Best of 2020 di FRAMED

Nonostante un anno segnato dallo streaming e dalla chiusura di sale e teatri, vi raccontiamo le storie che ci hanno colpito, tutte diverse ma connesse. Ecco il nostro Best of 2020.

Silvia PezzopaneI’m Thinking of Ending Things, Charlie Kaufman – Netflix

Il 2020 è stato l’anno delle nuove uscite viste nel salotto di casa e delle mancanze, in primis quella della condivisione della sala cinematografica. È stato però anche l’anno in cui l’autorialità si è spostata, per necessità, sulle piattaforme streaming, trasformando quella che finora era stata l’esperienza del grande cinema. Il ritorno che aspettavo di più era quello di Charlie Kaufman, con I’m Thinking of Ending Things. Distribuito direttamente su Netflix lo scorso settembre, entra velocemente nella mia classifica personale per svettare al primo posto. Adattamento del romanzo omonimo di Iain Reid, il film è una rilettura intima dei dettagli non scritti tra una pagina e l’altra, che va a creare un personale compendio di un’opera che nasconde di per sé perturbanti interpretazioni. Onirico, visionario, mostruosamente stratificato e giocato su spazio e tempo: strumenti incredibili se si ha la capacità di manipolarli. Kaufman ci riesce e realizza, servendosi di tutti i linguaggi di cui dispone, uno spettacolo indimenticabile, che si prende gioco dello spettatore, lasciandolo sprofondare nella più allucinata nostalgia.

I'm Thinking of Ending Things, Netflix
I’m Thinking of Ending Things, Netflix

Valeria VerbaroUnorthodox, miniserie Netflix

Unorthodox è al momento la migliore miniserie Netflix, non solo del 2020 ma probabilmente in assoluto. E sì, con questo sottintendo che in redazione abbiamo un grande problema, invece, con La regina degli scacchi e il fenomeno creatosi attorno. Per noi infatti la storia ispirata alla vita di Deborah Feldman è nettamente superiore. Innanzitutto perché essendo una storia di liberazione e rinascita femminile è fondamentale che sia scritta, diretta e raccontata da donne (al contrario di Queen’s Gambit). Non c’è traccia del male gaze di cui parlava Laura Mulvey e questo la rende una meravigliosa rarità, ma soprattutto un esempio da seguire.

Quattro puntate da un’ora diventano a tutti gli effetti un grande film, un coming-of-age commovente, in grado di trascinare il pubblico in una realtà di cui, in precedenza, non conosce assolutamente nulla. È incredibile, infatti, il lavoro compiuto dal punto di vista culturale per rappresentare la comunità chassidica Satmar di Williamsburg. È da essa che fugge la protagonista Esty (Shira Haas), rifugiandosi a Berlino, senza mai tuttavia rinnegare se stessa e la sua identità. Il suo viaggio, interiore e fisico, ha il solo scopo di ritrovare la voce e il potere decisionale, come donna prima ancora che come moglie, madre, figlia o qualsiasi altro ruolo imposto dalla società.

Unorthodox, Netflix

Erika Di BennardoI miserabili, produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con CTB Centro Teatrale Bresciano e Teatro degli Incamminati

Ultimo spettacolo visto in una gelida domenica di fine febbraio prima che l’emergenza sanitaria dilagasse e i teatri chiudessero. I miserabili, adattamento del celebre romanzo storico di Victor Hugo, condensa temi universali filtrati attraverso una vicenda ambientata in Francia nell’arco temporale che va dal 1815 al 1832, dalla Restaurazione postnapoleonica alla rivolta antimonarchica. Mica impresa facile, “strizzare” 1500 pagine dense, difficili, in tre ore di spettacolo. Ci prova, coraggiosamente e anche vittoriosamente, Franco Però. Indimenticabili personaggi schizzano fuori dalle pagine di Hugo per farsi carne e ossa, in un asciutto scenario di lastroni grigi.

Su tutti l’iconico Jean Valjean, magistralmente interpretato da uno dei pochi attori “di razza” italiani, Franco Branciaroli. L’evaso fa parte della schiera di quei “miserabili” che la società non vede, anzi relega nei bassifondi sperando che scompaiano, reietti di un mondo che ambisce alla perfezione ma che nasconde solo immoralità e inumanità. Il suo insegnamento finale si fa predizione e monito per il futuro, in tempi così incerti. «Amare o aver amato, basta: non chiedete nulla, dopo. Non è possibile trovare altre perle nelle oscure pieghe della vita: amare è esser completi».

Foto di STEFANO DI LUCA

Emanuele BucciMank, David Fincher – Film Netflix Original

Poteva essere un impeccabile ma sterile esercizio di stile cinefilo, il biopic su Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore, bevitore impenitente, co-autore del capolavoro Quarto potere. E invece Mank, il film di David Fincher (scritto dal padre Jack) si è rivelato uno dei titoli più densi ed emblematici del 2020: e, forse, quello che più di tutti, in un anno dove la settima arte è stata travolta in tanti modi dalle tempeste esterne (?) a sé, ha saputo rilanciare senza autoreferenzialità la riflessione sul cinema. Non una torre d’avorio citazionista in cui rifugiarsi, ma una finestra sul rapporto tra intellettuale e Potere, tra le storie narrate nei film e la Storia con le strutture sociali, economiche, politiche che la determinano.

Nel Mank del magistrale camaleonte Gary Oldman ci sono le contraddizioni dell’artista (di ieri e di oggi) davanti a una crisi che imporrebbe un cambio di sistema, mentre quest’ultimo serra prepotentemente i ranghi. Nel cortocircuito estetico e narrativo tra passato (digitalmente rievocato) e presente, l’omaggio si rovescia in lucida, demitizzante (auto)critica. E nell’affresco di Fincher, neoclassico disincantato riemerso dalle apocalissi postmoderne, ci sono le sfumature di un cinema che osa (ri)prendersi tempo, spazio, parole per osservarsi dall’interno: e scoprirvi, ancora, i dilemmi irrisolti dell’esistere nel mondo.

The Best of 2020:Mank
Mank, David Fincher, Netflix

Alessio TommasoliMaya, album di John Frusciante

Che si pensi ai Red Hot Chili Peppers o alla discografia solista del loro chitarrista, John Frusciante, questo album spiazza. Non c’è chitarra, non alcuna sonorità pop, né rock. Non c’è neppure la sua voce, se non all’inizio dell’album che, esplicita, ci accoglie al suo interno: “Dammi un fottuto breakbeat”.

Certo, chiunque abbia ascoltato un suo album solista, sa che Frusciante è altro dai Red Hot, quasi con loro fosse costretto a contenere la sua forza creativa in una struttura. Ma per fortuna, sua e nostra, John Frusciante continua a uscire dal gruppo. E ci dimostra che il legame tra genio e follia non è un luogo comune. Non per lui, almeno. Perché Maya è un altro disco destabilizzante, come tutti i suoi da solista: elettronica al limite della dance, con una salda Drum machine a disegnare un groove sostenuto, teso, che si apre in dilatazioni distensive fugaci, ma piene di significato. Come in “Blind Aim“, dove la Drum machine si spegne all’improvviso, come se ne scaricasse la batteria, lasciando entrare il blues, quello puro, antico, di Blind Willie Johnson e del suo commovente lamento “Dark was the night, cold was the ground”. È il 2020. E non c’è anno migliore per far uscire un album simile, tanto destabilizzante da disorientare anche chi già era preparato a farsi spiazzare ancora dalla geniale follia di John Frusciante.

Andrea MenghiniThe Last of Us Parte II, videogioco prodotto da Naughty Dog

Se questo, nel mondo dei videogiochi, è stato l’anno del passaggio alla next generation, con l’arrivo delle nuove console Sony e Microsoft, è indubbiamente stato anche l’anno di The Last of Us Parte II (ne parlavo la scorsa settimana qui, in occasione dell’annunciato adattamento seriale di HBO) . L’opera targata Naughty Dog è indubbiamente rappresentativa non solo di questo 2020, ma di un’intera generazione videoludica ormai arrivata al tramonto, che ha già travalicato ogni restrizione e sempre più si sta imponendo come un vero e proprio mezzo di espressione, ancora ludico ma talvolta sempre più espressivo ed artistico. The Last of Us, rappresenta in prospettiva ciò che il mondo dei videogiochi è stato (raramente) ma potrà essere (anche grazie alla realtà virtuale): una forma di comunicazione che nulla ha da invidiare ad altri medium, per coinvolgimento, racconto ed espressività.

The Best of 2020: The Last of Us Parte 2
The Last of Us, Naughty Dog

Alessandra VignocchiWe Are Who We Are, miniserie di Luca Guadagnino – HBO e Sky Atlantic

Una base militare americana, in una Chioggia-superficie lunare, dove sono soprattutto gli adolescenti (un microcosmo in un microcosmo) ad esplorare un territorio altro, sia geografico che relazionale. L’affresco corale dei molteplici personaggi, tanti in continuo slancio verso un telos, è l’accompagnamento musicale della melodia principale scandita da Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin (Jordan Kristine Seamón). Due giovani sull’orlo del diventare adulti. La fibrillazione per la scoperta della propria identità farà sì che Caitlin inizi un’esplorazione del suo io, trascinando anche l’apparentemente più consapevole Fraser in una continua ridefinizione delle proprie convinzioni.

Perfettamente coerente con la poetica di Guadagnino, in quest’opera emerge con prepotenza la figura di Fraser, un Elio (Chiamami col tuo nome) all’ennesima potenza; già crede di sapere tutto su di sé, ma in lui ribollono un’energia esplorativa e un’esuberanza che si traducono in gesti inconsulti, incontenibili, che lo proiettano al di fuori del suo stesso corpo. Ma chi, e in che misura, può dire di conoscersi veramente, e totalmente? Il tempo per ‘scoprirsi’ è indeterminato, e la serie ce lo mostra e ce lo dice, in uno di quei momenti in cui ballo e canto riescono a esprimere tutto un mondo di significati. La narrazione è scarna, sono degli istanti quelli che ci vengono mostrati, che si impongono con la potenza di fotografie di attimi. Il continuo utilizzo di freeze frame, tuttavia, congela azioni dinamiche che rimangono incompiute. È l’ossimoro di un mezzo inevitabilmente legato al tempo che cerca di fissare la materia magmatica in perenne mutamento che è l’identità.

We Are Who We Are, Luca Guadagnino – HBO e Sky Atlantic

Giulia LosiThe Boys – Serie Amazon Original

The Boys è uno dei fiori all’occhiello del catalogo Amazon Prime Video.  Approdato sulla piattaforma streaming nel 2019, ha riscosso subito un successo immediato. L’entusiasmo è dunque salito a mille quando quest’anno è stata presentata la nuova, esaltante seconda stagione. Ma come mai The Boys ha ottenuto così tanto successo? Perché è una serie incredibilmente unpolitically correct, che ha il coraggio di mostrare gli aspetti più spietati della società contemporanea con grande realismo, pur utilizzando personaggi fittizi.

Al centro delle vicende ci sono infatti i Sette, un gruppo di supereroi dotati di straordinari poteri che, come nei migliori e più classici fumetti, hanno lo scopo di mantenere pace e giustizia nel mondo. Ma il punto sostanziale è che questi Super sono tutto meno che buoni e affidabili. A differenza dei supereroi della Marvel, altro non sono che uomini comuni, investiti per caso di poteri eccezionali. Il risultato? Sono viziati, capricciosi, terribilmente pericolosi. Seminano morte e distruzione e neppure se ne accorgono. La genialità di The Boys è proprio questa. Risponde alla domanda: se Superman fosse nel mondo reale, come sarebbe? E la risposta, ve lo garantiamo, non vi piacerà.

Antony Starr in una scena di "The Boys". Credits: web.
The Boys, Prime Video

Roberto BoldiniIl Barbiere di Siviglia, per la regia di Mario Martone

Tra le produzioni teatrali del 2020, chiamate dalle circostanze a rispondere a una nuova visione dello spettacolo e di fare spettacolo, ritengo emblematico l’allestimento de Il Barbiere di Siviglia
dell’Opera di Roma, con la regia di Mario Martone
. Martone ha portato avanti il discorso di rottura della quarta parete, che nel suo spettacolo si fa totale. Questo è fondamentale anche per assecondare la presenza -forzata- di un’ulteriore parete, lo schermo. Importantissima e decisiva, per l’efficacia di questo allestimento, è stata quindi la scelta di affidare a Martone non solo la regia teatrale ma anche quella televisiva. Nonostante la (apparente) assenza di scenografia, non è uno spettacolo nudo, bensì sviscerato, nel vero senso del termine: la camera ci conduce tra i corridoi di servizio, dietro il palcoscenico e ci mostra l’ossatura del teatro. Ho apprezzato la volontà di mostrare le maestranze: sarte di scena, macchinisti, gli invisibili del teatro, che sono organi vitali per lo spettacolo. Non è una scelta scontata, non quest’anno: un gesto di denuncia, che si unisce alle voci di tutti i lavoratori dello spettacolo.

The best of 2020: Il Barbiere di Siviglia, Mario Martone, RaiPlay official
Il Barbiere di Siviglia, Mario Martone, RaiPlay official

Chiara CaputiMiss Marx, Susanna Nicchiarelli

La mia aspettativa per questo film era enorme al punto tale da andarlo a vedere il giorno stesso dell’uscita al cinema in una sala che aveva me e una mia amica come sole spettatrici. Tale situazione ha reso speciale la visione dell’opera che mi ha colpito per la sua estrema attualità. A partire dalla colonna sonora composta da brani dei Downtown Boys, i cui fondatori sono ferventi attivisti anticapitalisti, e dei Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, che da sempre musicano i film della Nicchiarelli. Ma ciò che ha reso questo film in costume estremamente contemporaneo è stato il descrivere la difficoltà di conciliare le proprie idee e le proprie fragilità. La protagonista infatti, nonostante il suo attivismo per l’emancipazione femminile, si ritrova intrappolata in una storia d’amore profondamente tossica. Questa sua fragilità contraddittoria rende Eleanor Marx un personaggio estremamente attuale e vicino alla sensibilità contemporanea.

The best of 2020: Romola Garai in "Miss Marx". Foto di Emanuela Scarpa. Credits: Vivo Film, Tarantula.
Romola Garai in “Miss Marx”. Foto di Emanuela Scarpa. Credits: Vivo Film, Tarantula.

Elisabetta SeverinoTutto chiede salvezza, libro di Daniele Mencarelli

Con i teatri, i cinema e i musei inaccessibili per la maggior parte del tempo di questo annus horribilis, i libri ci hanno salvato la vita. Tra quelli pubblicati e da me letti in questo 2020, consiglio la lettura di Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, edito da Mondadori.

Il romanzo racconta la settimana vissuta dallo stesso autore, nel libro ventenne, in un reparto psichiatrico di un ospedale, dopo un trattamento sanitario obbligatorio. «Se c’è una vetta la devo raggiungere, se c’è un abisso lo devo toccare»: incontenibile, sfrenato, empatico, travolto dall’euforia o dal dolore, Daniele sente al massimo delle sue possibilità in un mondo che limita con schemi da seguire e classificazioni in cui rientrare. Nel nosocomio, i compagni di stanza del protagonista dialogano con gesti e parole mettendo a nudo le loro e le nostre fragilità e scavano in Daniele grotte profonde in cui sentirsi al riparo dall’indifferenza e dalle opinioni degli altri. Tutto chiede salvezza è un libro vero che parla di sofferenza, poesia, scambio e umanità. Tutto chiede salvezza libera dai pregiudizi e ricorda che “è la bellezza la scintilla di tutto”.

da www.danielemencarelli.it

E con questo abbiamo finito il nostro the best of 2020 e vi auguriamo un 2021 pieno di visioni ispirate e narrazioni avvincenti, ma piano piano, dal vivo e su grandi schermi.

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Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , Last modified: 13 Gennaio 2021
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