Orvieto Cinema Fest, The Boy with White Skin di Simon Panay
Orvieto Cinema Fest, The Boy with White Skin di Simon Panay

L’Orvieto Cinema Fest 2025 torna dal 21 al 28 settembre 2025 con un ricco concorso internazionale di cortometraggi. Anche quest’anno ve lo raccontiamo su Framed Magazine con una selezione quotidiana di film in programma.

Qui i cortometraggi che abbiamo visto nella giornata conclusiva di proiezioni di Orvieto Cinema Fest 2025.

The Boy with White Skin di Simon Panay (Francia, 15′)

Un bambino albino viene affidato dal padre a dei cercatori d’oro, poiché una superstizione locale ritiene il suo canto capace di rivelare i filoni aurei. Il rituale spirituale messo in pratica dagli adulti diventa un incubo opprimente che il bambino vive con timore e paura sulla sua pelle.La claustrofobia della miniera nella quale viene calato, richiama direttamente il mito di Orfeo o la discesa infernale di Dante. Le credenze tribali senegalesi, ancora vive in una larga parte della popolazione, uccidono l’infanzia di molti bambini, costretti a sottostare a questi capricci fideistici degli adulti.

Qui il durissimo e brutale mondo del lavoro minerario assume delle tinte fosche e mitiche, che contrastano con l’animo angosciato del bambino, desideroso solo di uscire dal quel luogo buio e umido e ritrovare suo padre. La regia lenta e oppressiva riprende un mondo realistico e feroce, mentre la fotografia espressionista aggiunge ad esso dei tratti onirici, dipingendo una sorta di incubo inciso sulla pietra.

Francesco Gianfelici

Things that my best friend lost di Marta Innocenti – Sezione Nuove Visioni (Italia, 15′)

È «dedicato a tutti coloro che continuano a ballare come forma di resistenza politica collettiva» Things That My Best Friend Lost, il corto d’esordio di Marta Innocenti (prodotto da Rossofilm) già premiato al concorso SIC@SIC della 39ma Settimana Internazionale della Critica, e ora in competizione all’Orvieto Cinema Fest. La scena è quella di un rave party notturno in uno spazio occupato, dove le immagini del ritrovo sono scandite dagli sgangherati e strascicati messaggi del dj Andrea all’amica Marta: «Vieni a ’sta cazzo di festa, oppure no?», le chiede all’inizio, in una sorta di Ecce Bombo aggiornato alla tekno music.

E viene tanto più in mente il cult di Nanni Moretti guardando le lunghe inquadrature fisse del corto che, assieme alle parole di Andrea, lasciano trasparire, non senza una punta di acida ironia, velleità, contraddizioni e vulnerabilità di tanti giovani alla ricerca prima di tutto di un’interconnessione umana più ampia e profonda, una vera «sinergia», come la chiama il ragazzo. Che, mentre si consuma il rito arcaico e postmoderno del ballo, resta probabilmente utopica

Ma quella ricerca comune, con tutti i suoi limiti, resta eversiva nei riguardi di un sistema fondato sull’atomizzazione di produttori-consumatori afasici e irreggimentati. E il film ce lo ricorda nel finale, che espone il testo, in burocratese brutale e grottesco, del Decreto anti-rave, approvato nel 2022 dall’appena insediatosi governo Meloni. A suggerirci che quella danza a tutto volume, con la sua pur caotica istanza di condivisione, è in grado di turbare il concerto del potere.

Emanuele Bucci

Free the Chickens di Matúš Vizár (Slovacchia, Repubblica Ceca, 15′)

Cosa significa veramente essere liberi? Provano a rispondere alla domanda un gruppo di maldestri attivisti vegani, protagonisti di Free the Chickens, il corto animato di Matúš Vizár, liberando dei polli da un allevamento intensivo. Di fatto combinano un danno dopo l’altro, mossi da alti ideali ma in realtà sprovvisti di senso pratico, organizzazione e impreparati a un contraccolpo da parte della natura delle cose che li rimette con violenza al loro posto, quello che non prevede che decidano per altri esseri viventi.

Il dilemma morale combatte con l’innata necessità di sopravvivenza, e nella natura selvaggia in cui devono rifugiarsi è tutto molto diverso (e meno poetico) da come l’avevano immaginato. Divertente e ritmata, l’opera di Vizár pone una serie di interrogativi ai quali è difficile rispondere, che chiamano in causa la nostra sensibilità ma soprattutto la comprensione del mondo in cui viviamo, a fianco degli animali che scegliamo di non mangiare o di proteggere, ma anche a fianco di altri esseri umani ai quali non importa niente se non il profitto. La satira sociale diventa quindi il mezzo per comprendere la crudeltà dei consumi.

Silvia Pezzopane

Free the Chickens di Matúš Vizár

FRAMED Magazine è media partner dell’Orvieto Cinema Fest 2025, seguici su Instagram e Facebook. C’è anche il canale Telegram aggiornato quotidianamente per scoprire i cortometraggi in concorso.