
Orvieto Cinema Fest torna dal 20 al 27 settembre 2026 con un ricco concorso internazionale di cortometraggi. Anche quest’anno ve lo raccontiamo su Framed Magazine con una selezione quotidiana di film in programma.
Qui i cortometraggi che abbiamo visto della giornata conclusiva di Orvieto Cinema Fest 2026.
Fiori Cadono di Ludovica Galletta (Italia, 17′)
Un albergo dal sapore nostalgico e sul punto di essere ceduto diventa il luogo d’incontro tra due generazioni: la proprietaria (Daria Deflorian), pronta a dire addio alla struttura prima di vederla invecchiare, e la giovane nipote Emme (Sofia Conti), in cerca di un’ispirazione per il proprio futuro. L’esordio alla regia di Ludovica Galletta si sviluppa come un intimo racconto sul passaggio di testimone e sulla paura del tempo che passa, trattato con un registro visivo elegante e sospeso.
Attraverso una curatissima attenzione ai dettagli, ai suoni e agli oggetti nascosti che riemergono come piccoli frammenti d’infanzia, il film esplora come l’identità si costruisca anche a partire da ciò che decidiamo di conservare o di lasciarci alle spalle. La regia di Galletta si muove con misura attorno alla distanza emotiva dei due personaggi, restituendo un’opera delicata che trasforma un malinconico addio in un’occasione di scoperta e di rinascita personale. Una promessa registica che sfiora l’immaginario di Sofia Coppola per poi ricavarne uno sguardo autonomo e visivamente originale.
People Live Here di Gabrielle Côté (Canada, 12′)
People Live Here riflette sulla trasformazione degli spazi urbani, e sull’impatto che le persone hanno su tali spazi; lo fa con uno sviluppo visivo ipnotico, risultato di sovrapposizioni, footage d’archivio e filmati già esistenti. Il tempo che scorre definisce e viene definito dalle evoluzioni urbanistiche e l’umano, come presenza senza volto effettivo ma responsabile di qualsiasi cambiamento, reagisce di conseguenza e determina le sorti del futuro dei luoghi. In 12 minuti assistiamo ad una narrazione concentrica e avvolgente, che porta con sé una serie di complessi ragionamenti sull’umano e l’appartenenza, tra nuove costruzioni, memoria, rinascita.
The wind in Ash di Sun Kun (Cina, 18′)
Questo corto del 2025, diretto da Kun Sun, è la storia di una ragazza che studia all’estero e torna per a casa per un funerale. La protagonista, che viene spesso scambiata per un maschio a causa del taglio dei capelli e dei vestiti che indossa, ripercorre la sua breve vita, girovagando per i luoghi della sua infanzia con una macchina fotografica. Il silenzio della sua storia, spezzato dalle riflessioni, ci porta nel suo disagio familiare e nel suo solitario mondo fatto di fraintendimenti personali e chiusure contro il dolore. Il finale porta una ventata di amore in questo corto assolato e teso, che racconta mediante sguardi e silenzi un dolore profondo, radicato nell’anima ferita della protagonista.
La regia indaga lo spazio cercando memorie e risposte alla storia di lei, mentre la narrazione si rarefa nel centro per lasciare spazio alle immagini che raccontano più delle parole. La fotografia sospende il tempo, relegando l’intero corto a una dimensione intermedia, fatta di tempo reale e tempo soggettivo della protagonista. È la sua mente che popola il mondo che percorre, che lo anima con brutti ricordi e amare memorie. Verso il finale il verbo entra nella storia con gravità e violenza; sono i familiari venuti per il funerale. La tensione cresce e viene risolta da un personaggio che non svelo. Più di tutto la fotografia.
Koki, Ciao di Quenton Miller (Olanda, 11′)
Diretto dal regista australiano Quenton Miller, co-scritto e montato con Misho Antadze, Koki, Ciao è un corto documentario ma anche sperimentale, in quanto “dirige” la narrazione dal punto di vista di un inusuale protagonista: Koki, un cacatua ciuffogiallo di oltre 60 anni, animale domestico del Maresciallo Tito.
Accanto alla storia divisa in piccoli capitoli, tutti raccontati dalla voce dello stesso Koki, emerge il mistero che quello sia il vero Koki, o un animale che con lui condivideva gli spazi, ma non è importante ai fini della lettura ironica affidata all’uccello, che ripercorre come testimone la memoria, la Storia, il regime. Accreditato direttamente tra i co-sceneggiatori e tra gli autori delle musiche, Koki, che sia quello vero o no, è il testimone inconsapevole del passaggio di dittatori, capi di Stato, star di Hollywood, e piccoli odiosi cagnolini.
Sasso, Carta, Forbici di Virginia Mori (Italia, Francia, 9′)
Già presentato nella sezione Orizzonti dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, l’opera di Virginia Mori descrive una giornata al luna park a metà tra sogno e realtà. L’atmosfera sospesa nasconde tumulti e sogni, oscurità e gioia infantile. Il gruppo di amici che si ritrova tra montagne russe, coni gelato multicolore e giostre, si gode il limbo che li tiene al sicuro prima di affacciarsi all’età adulta, e lo spazio in cui trascorrono la giornata sembra trasformarsi sotto i loro occhi, come risultato di una proiezione mentale, un percorso onirico condiviso. Ad emergere è l’inconscio, consegnato come materia viva e incomprensibile allo spettatore.
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