Scott Pilgrim. Una vita niente male – Edizione a colori Bryan Lee O'Malley, Rizzoli Lizard
Scott Pilgrim. Una vita niente male – Edizione a colori Bryan Lee O'Malley, Rizzoli Lizard

La “cultura pop”, oggi, è un argomento polarizzante. Se ne discute sui social, si fanno tesi di laurea sulle sfumature e sugli effetti, si accetta la sua presenza ben più di quanto si sia mai fatto prima. Essere “nerd” è figo, comune, mentre 10 anni fa era la peggior categoria sociale a cui appartenere.

Oltre al boom di anime e manga avvenuto nel post-pandemia, ha influito anche la progressiva affermazione dei videogiochi; le console, presenti nelle case di chiunque da ormai 30 anni, sono un po’ il simbolo di come un elemento tipicamente da “ragazzini” abbia lentamente scardinato i confini del “socialmente accettato”, fino a cambiarne le regole. Un altro esempio può essere l’estetica “8-bit”, legata alla nostalgia per un certo tipo di videogioco e tanto abusata nei prodotti di narrativa da essere diventata sottilmente mainstream.

Diventa quindi molto stimolante immaginare quale sarà l’impatto del primo adattamento animato di Scott Pilgrim (Scott Pilgrim Takes Off, disponibile su Netflix), storia a fumetti in cui l’eclettico Bryan Lee O’Malley mischiava l’immaginario nord-americano a concetti dei videogiochi e influenze orientali. La vita nella calma Toronto, tra “squinzie” e concerti, stravolta da una ragazza con sette malvagi ex. Quella del giovane Scott è un’avventura in cui convergono l’azione frenetica dei battle manga, la cultura indie e le passioni dell’autore, in un mix davvero esplosivo. Alcuni la conosceranno attraverso il bellissimo film di Edgar Wright, che nonostante il flop ai botteghini è meritatamente diventato un cult; alla luce di questo nuovo adattamento, però, ha senso riscoprire il personaggio anche nella sua versione originale.

Le origini del personaggio: il fumetto di Scott Pilgrim

Il fumetto di Scott Pilgrim, titolato semplicemente col nome del protagonista, parte il 18 agosto del 2004. L’autore, il già citato Bryan Lee O’Malley, ha esordito da pochissimo nel mondo del fumetto, firmando prima la miniserie Hopeless Savages: Ground Zero, e dando poi alle stampe la sua prima opera da autore completo, Lost at Sea (Alla deriva, edito in Italia da Rizzoli Lizard), entrambe per Oni Press. Tanto delicata quanto ripiena di una buffa ironia, la sua opera prima è un romanzo di formazione molto interessante che prelude poco, nel tono e nell’estetica, al seguito creativo dell’autore, eppure, in questa continua ricerca di sé stessi, ci sono tanti richiami a quello che poi diventerà il suo fumetto più famoso.

Scott Pilgrim nasce specificatamente dal desiderio di intrecciare una visione ormai già solidificata del fumetto con influenze, per O’Malley, relativamente nuove. A guardare oggi quanto il fumetto americano sia influenzato da quello giapponese sembra piuttosto strano, ma nei primi 2000 il catalogo di manga a disposizione di uno statunitense o, in questo caso, da un canadese, era anche più ristretto di quello italiano. Lo strapotere del fumetto supereroistico, che pure stava subendo da un decennio gli effetti di una crisi oggi divenuta palese, era infatti di impedimento per qualsiasi forma di fumetto non americano, e solo poche case editrici (vedi il caso Dark Horse) scommettevano su quello giapponese.

Dal canto suo, O’Malley si avvicina al manga con la regina del fumetto per ragazzi, Rumiko Takahashi, e matura l’idea di inserire quel modo di fare nel suo approccio al fumetto leggendo Saruman, fumetto satirico che parodizza ferocemente il mondo dei mangaka. La sua non è una ricerca appassionata, ma una suggestione che trova ideale per migliorarsi come artista. Dal mondo del manga prende ciò che serve per valorizzare l’uso del bianco e nero, preso in considerazione inizialmente per il costo minore, per dare al suo stile una sintesi deliziosa, per fornire ad un’idea bislacca che fonde realtà e finzione un palcoscenico su cui risplendere.

Chi è lo Scott Pilgrim di Bryan Lee O’Malley

Tematicamente, Scott Pilgrim ha un debole per i percorsi di autodeterminazione: non solo il protagonista, ma anche molti comprimari del numeroso cast ottengono la possibilità di guardare alle azioni compiute prescindendo dal contesto. Anche se con dei superpoteri, il giovane Scott passa tutta la serie a menare persone, il più delle volte orribili, che però si scagliano contro di lui a causa di ferite del passato. Essendo in questa situazione proprio a causa di un cuore spezzato potrebbe capirli, potrebbe ragionare, ma la necessità di colmare il vuoto con la presenza di Ramona è più forte di qualsiasi altra cosa.

Il suo è un egoismo malato, nato dall’assenza di comprensione di sé. Non è un caso che Scott non si renda conto quasi volontariamente della gravità delle sue azioni, come non è un caso che la forza straordinaria di cui è sempre stato dotato ci venga mostrata solo dopo una lunga introduzione. Ci sono cose di sé che il protagonista non conosce, cose che nasconde agli altri e a sé stesso. Come, ad esempio, il fatto che si detesti al punto da mettere in atto comportamenti autodistruttivi che lo definiscono sempre di più come la persona terribile che in realtà non è.

Se è stato lasciato, se non trova lavoro nella ridente Toronto, se per avere attenzioni dal gentil sesso deve flirtare con una liceale, il motivo c’è ed è che Scott Pilgrim è uno stronzo. Lo ripete Julie, probabilmente lo pensa molto spesso Kim quando lo bersaglia col suo sguardo glaciale, lo vediamo quando il cuore di Knives si rompe in mille piccoli pezzettini. Tutti sbagliamo, ma se non ci rendiamo conto della gravità dell’errore per cercare quantomeno di minimizzare le conseguenze, forse per noi quello non era uno sbaglio. Era “la cosa giusta”.

L’ego ferito di Scott lo porta ad una serie di decisioni sbagliate che, però, non definiscono chi è: quello, e per capirlo ci mette un po’, tocca a lui. Tocca a noi. Scegliere fa molta paura, ed è il motivo per cui in molti, davanti ai problemi, optano per una non scelta. Appare un po’ bizzarro, perché tante opere di narrativa dal ‘900 ad oggi ci raccontano che con la fuga le cose si complicano soltanto. Eppure è un tranello in cui è molto facile cadere, allettati dalla possibilità di rimandare e occuparsene un altro giorno.

Scott fugge per buona parte della storia, seguendo una spirale autodistruttiva da cui appunto non può essere tirato fuori. L’unico modo per venirne fuori è risalire con le proprie forze ed uscire da dove è entrato. Gli amici, le ambizioni, o l’amore, sono armi utilissime nella guerra contro te stesso che, tuttavia, devi anche saper usare. Il percorso del protagonista è una bellissima allegoria in salsa arcade di come la caduta in sé stessi, a volte, può trasformarsi in ascesa. Di come essere una persona orribile possa essere il primo passo per essere migliori. La scelta, come al solito, sta a te.

La Toronto di Scott

La Toronto immaginata da O’Malley, fatta di casette a schiera e locali polverosi, fa da sfondo a tale percorso chiamando in causa una fauna cittadina variopinta e rappresentativa della gioventù americana di inizio ventunesimo secolo. I bandmate Stephen Stills e Kim con l’inseparabile Giovane Neil, i sette temibili ex, il conquilino Wallace e la sorella Stacey, l’entusiasta Knives, la rompiscatole Julie, l’ex Envy, Crash e i suoi Boys, l’altro Scott o Micheal Comeau, che conosce tutti. La forza di questo cast è la capacità di mantenere un’identità che sa di umano, difficilmente riscontrabile, in termini di tipologia, in un’altra opera di finzione, facilissima da ritrovare, con le dovute specifiche, nella realtà.

Sono personaggi di cui vorresti essere amico, con interessi, opinioni, obiettivi. Capita spesso che al giorno d’oggi, per sposare modelli funzionali e apprezzati, il fumetto presenti caratterizzazioni che sanno di finto, di posticcio; sicuramente non è il caso di Scott Pilgrim, che invece al netto dell’esagerazione narrativa si mantiene sempre coi piedi per terra. E, oltretutto, rispettando i percorsi di introspezione con l’onestà necessaria a intraprenderli: che Scott sia uno stronzo, ad esempio, è un concetto ripetuto più e più volte da diversi personaggi. Che la sua scelta di uscire con Knives fosse disgustosa, anche.

La differenza con quei pochi SJW (Social justice warrior) che svegliatisi dal letargo avevano deciso qualche mese fa di criticare il protagonista per queste scelte è che O’Malley, attraverso i dialoghi, non lo condanna. Riconosce davanti ai lettori che la sua creatura ha commesso uno sbaglio e lo mette in condizione di fare altrettanto. Assumere il ruolo del giudice, d’altronde, non serve a niente. Siamo qui per giudicare gli altri o per vivere cercando di sbagliare il meno possibile?

Cosa trasmette Scott Pilgrim a lettrici e lettori

O’Malley cerca in più sensi un punto di incontro, tra persone a livello di messaggio, tra stili e tecniche narrative sul piano artistico. E nella sua stramberia, Scott Pilgrim trasmette molta compattezza, in particolare si nota percettibilmente il lavoro di rifinitura fatto in termini di gestione dell’inquadratura, o definizione di certi dettagli (come gli occhi). Esteticamente è un fumetto che mantiene la sua freschezza immutata anche dopo quasi 20 anni, con una filosofia che per donare forza ai movimenti quasi si avvicina alle logiche dell’animazione (con lo stretching, ad esempio).

Scott Pilgrim, come dimostrato dalle già innumerevoli discussioni sulla serie Takes Off, è un’opera di culto oramai per intere generazioni; quella dell’autore, che vive dei drammi dei giovani adulti, e quelle successive, collegate allo struggle di Scott attraverso citazioni, riferimenti e un mondo già conosciuto.

E, cosa ancora più bella, a prescindere dal medium adoperato, che sia il film, il fumetto o la poc’anzi citata serie d’animazione, la creatura di Bryan Lee O’Malley saprà sempre raccontare dei suoi buffi personaggi, in un eterno ritorno che mi piace definire “evoluzione.

Se non avete mai letto Scott Pilgrim qui è possibile acquistarlo e leggere l’estratto concesso da Rizzoli Lizard. Continuate a seguire su FRAMED. Siamo anche su InstagramFacebook e Telegram!

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