Death to 2020 - Credits: Netflix

Death to 2020 è uno speciale comico di Netflix ideato dai creatori di Black Mirror, Charlie Brooker e Annabel Jones. Si tratta di un mockumentary che ripercorre l’intenso anno appena trascorso, da un punto di vista prettamente anglo-statunitense. Tra british humour, nonsense americano e una forte dose di ironia caustica contro tutto e tutti, riassume in maniera esilarante i grandi eventi dei mesi passati. E naturalmente i maggiori bersagli non possono che essere Boris Johnson e Donald Trump.

La grande trovata di Netflix sta nel prendere in giro e fare “simpaticamente” a pezzi uno dei suoi stessi format più gettonati e apprezzati: il documentario. Davanti a noi si susseguono quindi fantomatici esperti, giornalisti, scienziati, esponenti politici e persone comuni, le cui interviste sono complementari a filmati d’archivio, infografiche e informazioni sciorinate dalla voce narrante (di Laurence Fishburne). Tutto avviene tuttavia su un piano di finzione, in cui Samuel L. Jackson, per esempio, si presenta come un giornalista del parodico New Yorkerly News. O Hugh Grant fa la parte di un incredibile e bigotto storico, convinto di aver vissuto tutto, compresa la Battaglia degli Estranei o il Ritorno dello Jedi. (Ho già detto esilarante?).

Death to 2020 - Credits: Netflix
Death to 2020 – Credits: Netflix

L’oggetto della parodia in Death to 2020

Protagonista indiscusso è il racconto della pandemia, ma accanto ad esso troviamo molto di più. Gli incendi in Australia e il cambiamento climatico sempre più preoccupante. L’attentato a Soleimani e il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale. La MegXit. La morte di George Floyd e l’esplosione mondiale di Black Lives Matter. Biden contro Trump. I no-mask, i no-vax, i negazionisti, i complottisti del 5G, gli Alt-Right. Un elenco sterminato di eventi e di fenomeni che ci stanno cambiando e polarizzando per sempre.

Su alcuni non si può e non si deve ridere: i morti, prima di tutto. Che siano dovuti alla police brutality o a un virus che ha messo il mondo in ginocchio. E infatti in quei momenti il mockumentary si fa disperatamente serio, diventa denuncia.

Molto altro, al contrario, deve essere dissacrato e fatto a pezzi, per poter andare avanti e sperare in un avvenire migliore. Deve essere ironicamente massacrata l’ignoranza al potere e la sbruffoneria. Si veda in proposito il trattamento riservato a Trump, tanto nella realtà degli ultimi mesi quanto nello speciale comico. Deve essere arginato sul nascere e risolto il dilagante analfabetismo funzionale sui social network (si veda qui la spietata ironia contro i due “personaggi comuni” intervistati). Infine, in un certo senso, gli ideatori suggeriscono anche una distruzione molto più radicale. Deve essere cioè abbandonata persino l’idea che gli Stati Uniti siano il centro nevralgico del mondo, perché c’è stato ben poco da cui prendere esempio negli ultimi anni.

È troppo? Ma non sono io a dirlo, è un personaggio del mockumentary stesso, quando si riferisce all’America come il più grande show messo in piedi dal 2020. Imprevedibile e accattivante, ma con enormi problemi di trama.

Death to 2020 non va certo preso alla lettera. Il suo scopo è unicamente quello di strapparci un’amara risata di fronte a tutte le scelte (sbagliate, illogiche e insensate) che abbiamo fatto recentemente, come collettività e come individui, per riuscire a rendere quest’anno davvero indimenticabile.

Trailer di Death to 2020 con i sottotitoli in italiano

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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