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Bella Ciao la canzone italiana che più ha risuonato nel mondo diventa un documentario coprodotto da Palomar DOC e Rai Documentari con il titolo Bella Ciao – La storia oltre il mito

La Storia si ripete. Una frase che ci sfugge spesso dalle labbra quando un evento presente scava nella nostra memoria  facendo riemergere un ricordo che sembra identico a quel presente.

Anche se non lo è. Se ci pensiamo un attimo, ci rendiamo conto che non è l’identità a ricordarcelo, ma la somiglianza, e che due eventi sono simili perché, in fondo, chi ne è protagonista è sempre lo stesso soggetto: l’Uomo. 

Che la distanza tra i due eventi simili sia di secoli o di giorni, ciò che li avvicina oltre il tempo e lo spazio è l’essere umano che li vive, coi suoi bisogni e le sue azioni. È per questo che un pensiero elaborato 25 secoli fa può sembrarci attualissimo, che un  dipinto del Quattrocento ci emoziona come parlasse della nostra vita, che un film di un’altra epoca ci commuove chiamandoci per nome. 

È per questo che una canzone della Resistenza italiana come Bella Ciao, oggi si canta e si ascolta più che mai. Perché parla di libertà, perché esprime la libertà. Ed essa è il bisogno fondamentale di tutti gli esseri umani, a prescindere dal tempo e dallo spazio delle loro vite.

Bella Ciao: il documentario

E oggi quella canzone diventa un documentario: Bella Ciao – La storia oltre il mito, con la regia di Giulia Giapponesi coprodotto da Palomar DOC e Rai Documentari.

Una necessità per raccontarci come questo grido di libertà sia nato e in quali echi si sia cosparso nel mondo e nella Storia contemporanea. Un’opera cinematografica, quindi, come una ricerca dalla prima all’ultima ugola che ha cantato Bella Ciao. La regista, Giulia Giapponesi, parte in qualche modo da se stessa per rincorrere poi quel canto nel mondo.

La storia di Bella Ciao è saldamente intrecciata al territorio in cui vivo e in cui sono cresciuta”, dichiara la regista, “Ma il lavoro di ricerca che ho portato avanti in questi anni mi ha permesso di scoprire molti aspetti del percorso della canzone che ancora non conoscevo e che aprono nuovi scenari”. 

Dalla Resistenza italiana contro il nazifascismo, Bella Ciao risuona nella primavera araba, nelle proteste #occupy Usa, nella lotta alla globalizzazione e ai cambiamenti climatici, nei funerali dei vignettisti di Charles Hebdo , nelle rivolte in Sudan, Libano, Cile, Turchia.

Fino ad aprire un nuovo spazio di fruizione, a metà tra il bisogno esistenziale e la commercializzazione: quello che la rende canzone simbolo della serie tv La casa di carta

Echi di resistenza e libertà che questo documentario segue fino in fondo, fino al suo più completo snaturamento, quello di jingle per vendere un prodotto in Messico per promuovere Netflix in Arabia Saudita. Un grido esistenziale che si rinvigorisce nel tempo e nello spazio sotto il bisogno di altre impellenti resistenze. Ma anche il suo triste sfruttamento che lo svuota di ogni senso. “Appropriazione culturale”, diremo oggi, anche se sembra più una “inappropriata appropriazione indebita”.

Per questo, Bella Ciao – La storia oltre il mito è un documentario che, a sua volta, oggi diventa un bisogno impellente: quello di studiare le traiettorie dei suoi echi, per non lasciare che un vivo patrimonio dell’umanità come questa canzone diventi una “canzoncina da cantare sotto la doccia”.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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