Feel-Good-ph-Netflix-2020
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Feel Good è una serie di genere comedy-drama ideata da Mae Martin e Joe Hampson. La serie è composta da due stagioni di sei puntate ciascuna. La prima stagione è andata in onda su Channel 4 il 18 Marzo 2020. Il giorno successivo è stata distribuita a livello internazionale da Netflix. Il 7 Dicembre 2020 Netflix ha rinnovato per una seconda stagione che è uscita il 4 Giugno 2021.

La serie segue lo sviluppo della relazione tra Mae e Georgina, detta George. Mae è una stand-up comedian canadese (così come la sua creatrice e attrice protagonista Mae Martin) che vive a Manchester e incontra la maestra di scuola elementare George nel locale in cui mette in scena i propri spettacoli. A livello tematico, la linea guida che tiene insieme la narrazione è quella della dipendenza, declinata sia nell’abuso di sostanza che nell’ambito della dipendenza emotiva.

Volendo analizzare la trama da un punto di vista intersezionale e queer troviamo una rappresentazione variegata di soggettività fluide spesso ignorate, anche all’interno della stessa comunità LGBTQ+.

La prima stagione: i dubbi di George

Durante la prima stagione il focus è in buona parte su George e sulla sua reticenza nel condividere con amici e parenti la propria relazione con Mae. Se da un lato questa sua reticenza è legata al retaggio middle-class e alle compagnie piccolo borghesi da cui è attorniata, dall’altro lato emergerà soprattutto nella seconda stagione la difficoltà nel definirsi. Durante la seconda stagione George riuscirà ad evolversi e a scardinare alcune dinamiche relazionali che la condizionano. Questo cambiamento sarà possibile anche grazie ad Elliott, un collega di lavoro poliamoroso con cui intraprenderà una breve relazione mantenendo a prescindere una buona amicizia. Possiamo intuire quindi in George quantomeno un orientamento bisessuale, anzi più propriamente pansessuale vista l’identità di genere non binaria di Mae. 

La seconda stagione: l’identità di genere di Mae

Fin dall’ultimo monologo che ne decreta il successo come comica, Mae fa accenno a dubbi relativi alla propria identità di genere che si riflettono però, principalmente nelle aspirazioni piccolo-borghesi di George relative alla coppia, al matrimonio e alla famiglia.

Nella seconda stagione c’è una maggiore attenzione al passato burrascoso di Mae, legato in particolare alla tossicodipendenza e al rapporto con un uomo molto più grande di lei, Scott.

Per quanto riguarda l’orientamento sessuale fin dall’inizio Mae esplicitamente parla di relazioni sia con uomini che con donne, nel corso della seconda stagione inizia a comprendere di essere una soggettività non binaria. La rappresentazione sia della bisessualità che del non binarismo è una cosa più unica che rara, insieme sono una vera e propria chimera.

Un buon inizio che non basta

Un grande pregio dunque di Feel Good è di rappresentare quegli orientamenti e identità fluidi, al di fuori del binarismo, che iniziano a farsi spazio a fatica all’interno della narrazione mediale mainstream.

Tuttavia, non troviamo una riflessione approfondita su questi temi, tali aspetti vengono inseriti senza trovare una loro compiutezza narrativa. Ad esempio, nel caso di George, non c’è una vera e propria presa di coscienza del proprio orientamento sessuale. Lo spettatore lo deduce semplicemente tramite le sue azioni. Lo stesso vale per il passato di Mae, di cui gran parte è lasciata all’intuizione di spettatori e spettatrici. Molto è dovuto anche alla linea comica, che è il tono dominante della serie. Ma avrei apprezzato una caratterizzazione dei personaggi meno incisiva e più sfaccettata, soprattutto di quelli secondari come Elliot.

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Nata sotto il segno dei Gemelli il che significa che in me convivono tutto e il contrario di tutto: la letteratura (dalla medievale alle contemporanea), il cinema, il teatro, le serie tv, i fumetti, l'opera, le arti visive e i programmi trash del palinsesto di Real Time. Scrivo di tutto perché «homo sum, humani nihil a me alieno puto»; con un approccio intersezionale e di genere perché credo che le prospettive di tutti e tutte hanno un valore, anche se non ci riguardano personalmente. Il curriculum vitae dice che faccio il dottorato in America, ma non è niente di serio.

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