Cinema Festival Cannes

Continua il nostro resoconto dei film visti durante l’edizione 2021 del Festival di Cannes!

La seconda giornata del Festival di Cannes 2021 (la prima potete recuperarla qui) l’abbiamo dedicata maggiormente alle opere in concorso nella sezione Un Certain Regard, con una sola incursione al Grande Théâtre per la prima di Lingui, in concorso ufficiale. Torneremo presto su gran parte dei film di questi giorni per parlarne in dettaglio, intanto ve li presentiamo brevemente, raccontando qualche istante di questa ventosa e ricca giornata sulla Croisette.

Große Freiheit (Great Freedom) – Sebastian Meise, 2021

Un dramma intimo e sociale al tempo stesso quello di Hans (Franz Rogowski), ragazzo omosessuale nella Germania post-nazista. Dalla prigionia del lager passa, per legge, direttamente in carcere, con la sola colpa del suo orientamento sessuale. Impariamo a conoscerlo in tre tempi, tre atti che si intersecano e raccontano, ognuno, una diversa storia d’amore, che alla fine è la più grande delle libertà. Proprio a questa libertà fa riferimento il titolo, connesso anche all’omonima e celebre strada di locali notturni di Amburgo, e capirete bene il perché.

Il paradosso, evidente e ricercato, è proprio quello di ambientare l’intero film dentro le mura di una galera, in spazi angusti e claustrofobici che raccontano contemporaneamente due realtà. Da un lato la profondità e l’intimità dei sentimenti di Hans. Dall’altro, il dramma dei soggetti vessati e non protetti dalla società, di cui il “paragrafo 175” che condanna Hans non è che un esempio. Tutto intorno, naturalmente, si sviluppa poi il dramma più ampio delle carceri e dell’impossibilità di immaginare, in alcuni casi, una vita fuori da quello spazio di controllo. E quest’ultimo aspetto definisce, se vogliamo, anche il genere del film, che è un prison movie“, ma anche molto, molto di più.

Lingui – Mahamat-Saleh Haroun, 2021

Per ovvie ragioni, Große Freiheit è un film totalmente al maschile. E senza farlo di proposito, la seconda visione della giornata è stata invece un racconto profondamente radicato nell’esperienza femminile. Nonostante la regia firmata da Mahamat-Saleh Haroun, lo sguardo maschile rimane infatti molto defilato e soprattutto empatico. Lingui è la storia del legame sacro, così come tradotto letteralmente, tra madre e figlia, tra donne, tra sorelle che lottano per sopravvivere in un mondo di uomini.

Amina è una giovane madre non sposata, allontanata e abbandonata dalla famiglia, costretta ad andare avanti con le sue sole forze. Maria, la figlia quindicenne, è incinta, espulsa anche lei dal liceo, sulla scia della madre, rigettata dalla società. Lei però è decisa ad abortire, benché nel Chad né la legge né la religione islamica lo permettano. Attraverso la rivendicazione del suo corpo, Maria dà quindi inizio a un grande processo di cambiamento, ribellione e liberazione dal giogo maschile. Un processo che però investe soprattutto la madre Amina, vera protagonista e vera combattente, disposta a tutto pur di non perdere il suo unico legame sacro.

È stata anche questa una proiezione estremamente emozionante. In sala, oltre al cast erano presenti Mati Diop e Maggie Gyllenhaal, un segno forse della risonanza che avrà questo film nella giuria di quest’anno.

Onoda – Arthur Harari, 2021

Infine, ultima visione di oggi è stato Onoda, il film di apertura di Un Certain Regard. Un disarmante racconto di guerra, solitudine, onore e dovere. Onoda è il nome dell’ultimo soldato della guerra nel Pacifico, l’ultimo baluardo di una resistenza ormai fine a se stessa, svuotata della sua essenza. Per trent’anni, infatti, il soldato giapponese, con quel che rimane del suo plotone, attende ordini che non arriveranno mai. Incapace di distaccarsi dal suo addestramento, incapace di gettare le armi, Onoda ricerca la guerra perché nulla è mai esistito al di fuori di essa nella sua esperienza. Nella giungla delle Filippine, una minuscola isola diventa il suo intero mondo, mentre intorno tutto cambia inesorabilmente.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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