Lupin Parte 2 Netflix

È uscita lo scorso 11 giugno la seconda parte di Lupin: inizia deludendo le aspettative per poi riprendersi e lasciarci nuovamente con l’acquolina in bocca.

Dopo aver visto le prime 5 puntate della serie televisiva francese Lupin (prodotta da Gaumont e disponibile su Netflix) l’unica cosa che chiedevo era di averne ancora. Di Parigi, del ladro gentiluomo, degli intrighi basati sulle disparità di classe. (Se non intendete approfondire o avete ancora fermi in watchlist i nuovi episodi NON CONTINUATE A LEGGERE.)

Le conclusive 5 puntate della prima stagione vengono rilasciate l’11 giugno scorso, gli eventi si aprono ad Étretat, location suggestiva dove il figlio di Assane, Raoul, è stato rapito. In un’atmosfera surreale di fan abbigliati come il celebre ladro, Assane si dirige in una spedizione di salvataggio affiancato dall’agente Guedira, che ha capito tutto grazie alla sua conoscenza dei libri su Lupin, ma che finge di voler aiutare l’uomo per arrestarlo una volta per tutte.

Dopo aver divorato la prima parte a gennaio, l’incipit della seconda si è rivelato profondamente deludente. I primi due episodi risentono di una scrittura lacunosa e ostentano evidenti problematiche tecniche. Cos’è successo a quella perfetta commistione di giallo classico e serialità contemporanea?

L’importanza della regia

La grande forza della serie TV ideata da George Kay e François Uzan è stata, sin dalla prima puntata, la capacità di architettare un gioco ad incastri ideale in cui i personaggi potessero giocare la loro partita. Nelle prime 5 puntate la regia (di Louis Leterrier le prime 3, di Marcela Said le due conclusive) è al servizio degli eventi: corretta, fluida, funzionale, priva di virtuosismi. Tale compostezza va a favore della fluidità del racconto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La caratterizzazione dei personaggi è priva di fronzoli e per questo giusta per il prodotto in questione. Lo spettatore prevede le possibili azioni del protagonista e dei suoi nemici e ciò non costituisce una prospettiva scontata ma una giusta descrizione dei fatti.

Il Capitolo 6 spiazza senza pietà. A firmarne la regia (come anche dell’episodio successivo) è Ludovic Bernard, che si fa prendere un po’ troppo la mano e calca su scelte eccessive, citazioni d’autore e suggestioni mirabolanti. L’intero episodio gode di un abuso immotivato del grandangolo, con inquadrature “presuntuose” e malriuscite (una moltitudine di flare ottici e fish eye). Il susseguirsi degli eventi si allenta diventando inutilmente prolisso e la direzione degli attori cambia, azzerando l’idea che gli spettatori si erano fatti di loro per mettere in scena un Assane, per la prima volta, spaventato e senza metodo.

Tali problematiche, assieme alle citazioni cinematografiche fuori luogo eseguite dal regista (tra cui Sergio Leone), si riversano in una serie abitualmente lineare confondendo chi guarda. E non sto parlando solo di spettatori con conoscenze cinematografiche. Ne va a risentire totalmente la comprensione logica e visiva degli eventi.

Tornare agli equilibri iniziali

Quanto è importante la regia in un prodotto televisivo come Lupin? Direi fondamentale. L’enorme successo dell’esordio è dovuto principalmente alla chiarezza con cui la storia prende forma, oltre che al soggetto attraente per i fan dei gialli ricchi di zone d’ombra e misteri. Gli equilibri iniziali della prima parte tornano dal Capitolo 8: il regista stavolta è Hugo Gélin e lo sarà, per fortuna, fino al gran finale.

Vi rassicuro quindi, vale la pena continuare perché Lupin torna ad essere quella serie aggraziata ed elegante che aspettavamo da mesi. E lascia senza fiato, riportandoci alla voglia inziale di continuare a vederlo in un binge watching spericolato.

In attesa di una terza parte (confermata), confido in nuove puntate prive riprese deliranti inserite unicamente per impressionare lo sguardo. Tutte le attenzioni sono concentrate sull’evoluzione delle avventure di Assane.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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