Migliori film 2025
Migliori film 2025, FRAMED Magazine. Grafica a cura di Andrea Menghini

Il 2025 è stato un anno di ritorni e di conferme; con le loro nuove opere registi come Paul Thomas Anderson, Darren Aronosky, James Cameron, ma anche Franco Maresco, ci hanno mostrato l’importanza di tornare a combattere, la voglia di divertirsi e affascinare, la possibilità di scardinare dall’interno il cinema per reinventarlo. Abbiamo assistito a laceranti letture di un presente fuori dallo schermo che continua a infiammarsi, al quale a volte è difficile dare forma, sebbene La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania ci sia andato molto vicino, rivelandosi non solo necessario, ma tecnicamente ammirevole.

Come ogni anno i nostri film preferiti, tra ex aequo, menzioni speciali, e narrazioni che ci hanno conquistato.

Un manifesto rivoluzionario, un’opera dissacrante, il racconto del legame tra un padre, ormai alla deriva, e una figlia, pronta a combattere come lui qualche anno prima, questo è Una battaglia dopo l’altra. Paul Thomas Anderson torna, riprendendo uno dei suoi autori di riferimento, Thomas Pynchon, per attualizzarlo e rileggerlo, e realizza un film che porta lo spettatore letteralmente sulle montagne russe, attraversando le pieghe più marce del potere e poi fin sottoterra, dove uomini bianchi e ricchi muovono pedine, adattano il mondo al loro volere, e uccidono senza pietà.

Una battaglia dopo l’altra è il miglior ritorno in cui potevamo sperare per un regista che non solo ama le storie, ma anche tutto ciò che quelle storie possono suscitare in un attento osservatore. In Una battaglia dopo l’altra c’è un messaggio che sul finale indica una luce in fondo al tunnel di depravazione, razzismo e ingiustizie: la necessità di riporre fiducia nelle generazioni pronte a combattere, nei figli che dobbiamo smettere di proteggere ossessivamente, rispettando la loro coscienza, ascoltando ciò che hanno da dire.

Remake del film sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, Bugonia arriva come una meteora per dividere il pubblico e la critica. Divertissement dissacrante, esasperante nei confronti di chi guarda: Yorgos Lanthimos, dopo Kind of Kindness, scava ancora più nel profondo dei controsensi e della manchevolezza del genere umano, con un sorriso beffardo ci mostra come potrebbe andare a finire, rielaborando un soggetto altrui, riesce ad imprimere la sua firma. Il potere, prima inflitto e poi subito, apre scenari in cui realtà e immaginazione si fondono, dando forma ad un futuro privo di speranza. Il tutto con due attori formidabili, Emma Stone e Jesse Plemmons.

Silvia Pezzopane

Emma Stone in Bugonia di Yorgos Lanthimos. Courtesy of Focus Features. Credit: Atsushi Nishijima/Focus Features
Emma Stone in Bugonia di Yorgos Lanthimos. Courtesy of Focus Features. Credit: Atsushi Nishijima/Focus Features

Il 2025 al cinema permette di essere di due cuori. Da un lato, senza alcuna discussione, resterà l’anno di La voce di Hind Rajab, non solo per i 22 minuti di applausi a Venezia e per il talento della regista che ancora una volta, dopo Quattro figlie, ha saputo fondere racconto e testimonianza, finzione e documento. Lo sarà soprattutto per la sua verità struggente, per il modo in cui ha saputo raccontare il presente, costringendo ad ascoltare il genocidio palestinese in corso, per non voltarsi più dall’altra parte.

Se c’è però un film che resterà per la grandezza del progetto, il significato culturale e la cura di ogni dettaglio e ogni reparto tecnico e artistico, quello è certamente I peccatori di Ryan Coogler.

Realizzato il pellicola 65 mm per Imax, con la straordinaria fotografia di Autumn Durald, I peccatori innanzitutto ha modellato nuove tecniche di ripresa per permettere il doppio ruolo da protagonista di Michael B. Jordan. Ha inoltre mostrato altissima qualità nei costumi, nella scenografia, nel suono e soprattutto nel modo in cui quest’ultimo si interseca con la ricca colonna sonora di Ludwig Göransson. È la musica, infatti, il vero nucleo del film, il blues come elemento culturale da cui nasce una storia originale, scritta da Coogler stesso, che affonda le sue radici tanto nella storia afroamericana quanto nel miglior horror declinato sulla metafora del vampirismo.

Un’opera complessa, magnifica, di cui si scoprono sempre più dettagli a ogni visione.

Valeria Verbaro

Micheal B. Jordan e Miles Caton in I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros
Micheal B. Jordan e Miles Caton in I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros

In un anno-come molti anni – popolato da remake e sequel, un soffio d’aria fresca arriva, in maniera quasi insperata, da Una scomoda circostanza – Caught Stealing (di Darren Aronosky che decide di lasciar perdere le velleità poetiche per fare un film concreto e veloce) e dal crescendo di emozioni e tecnica di One Battle After Another (di quella certezza che è Paul Thomas Anderson). Entrambi film che riflettono sui tempi che furono, in un’America che ora non esiste più (senza perdersi in giudizi se sia un bene o un male) e entrambi film che sfruttano con sagacia e brillantezza trame articolate e un utilizzo della tensione da manuale: se in Caught Stealing Austin Butler (e il suo gatto) devono fare di tutto per sfuggire a una criminalità organizzata che li vuole morti, il Leonardo Di Caprio di One Battle After Another deve inseguire i guai che credeva essersi lasciato alle spalle per proteggere chi ama.

In entrambi i casi, prove magistrali di un cinema fatto alternando climax di agitazione, risate e pura capacità di parlare al pubblico attraverso una cinepresa.

 Giulia Nino

Una battaglia dopo l'altra. Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
Una battaglia dopo l’altra. Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

Tra i film indimenticabili del 2025 troviamo senz’altro La grazia di Paolo Sorrentino. Ritorna l’estetica commemorativa, fatta della stessa sostanza del ricordo e dell’indimenticabile.

Il nuovo lavoro del regista è struggente, elegantemente sopraffino; il protagonista Mariano De Santis, interpretato dall’ineguagliabile Toni Servillo (vincitore della Coppa Volpi a Venezia 82), si fa vessillo dell’inafferabile bellezza del dubbio, dinnanzi al dilemma sull’eutanasia e sul provvedimento di concessione de “la grazia”. Un Presidente della Repubblica che si spoglia della rigidità e ritualità del diritto, concedendosi pienamente al “dovere” dell’amore, esattamente quello sospeso tra la materia elusiva del sogno, e la condizione dell’assenza di gravità, tipica della leggerezza paradossale del coraggio. “Di chi sono i nostri giorni?”

Annamaria Martinisi

La Grazia di Paolo Sorrentino, foto di Andrea PIrrello
La Grazia di Paolo Sorrentino, foto di Andrea PIrrello

Il Leone d’oro scandalosamente mancato, il film che più di tutti, a Venezia 82 e nell’anno di non ritorno dell’ipocrisia genocida globalizzata, ha sabotato le logiche, le retoriche e le ambiguità dell’industria culturale, audiovisiva e non solo. Un lungometraggio che si è fatto evento e atto di resistenza oltre i confini dello schermo, in cui e da cui irrompe la storia (vera come la sua lacerante, inesaudita e insostenibile richiesta d’aiuto) di una bambina palestinese. Uccisa, con familiari e soccorritori, dall’esercito israeliano coloniale e sterminatore (ancora adesso) a Gaza. La voce di Hind Rajab è anzitutto questo, ma non solo.

Perché il (capo)lavoro di Kaouther Ben Hania è grande anche dal punto di vista cinematografico (posto che questo piano possa darsi disgiunto da quello politico). Per il cortocircuito inaudito che innesca fra i codici della finzione e del documentario, dove l’una si fa scopertamente psicodramma di impossibile elaborazione dell’altro, di una realtà eccedente la (decostruita) rappresentazione. Tutta collocata, claustrofobicamente, nel microcosmo del centralino di chi vorrebbe intervenire e non ci riesce, o non abbastanza. Così, la regista coglie perfettamente la forma filmica del loro e nostro senso d’impotenza come spettatori-comparse del teatro osceno di questo mondo. E nel romperne le logiche antiumane, il cinema (ri)trova la sua prima, e ultima, ragione d’essere.

Forse, scomparso David Lynch, è proprio all’altro David, Cronenberg, che spetterebbe il titolo di decano vivente della settima arte più in grado di sedurci e destabilizzarci mettendo in scena le nostre pulsioni e inquietudini profonde. Disarticolando, deludendo e sconfessando regole, dinamiche e aspettative del cinema in quanto racconto per giocare, libero come gli anziani bambini geniali sanno esserlo, col cinema in quanto linguaggio.

Il sottovalutato The Shrouds sembra confermare ciò, lasciandosi leggere (anche) come beffardo testamento poetico del suo autore. Con la labirintica, onirica e narrativamente sgrammaticata vicenda dell’autobiografico Karsh (Vincent Cassel), imprenditore vedovo la cui tecnologia può osservare e scandagliare i corpi sepolti dei defunti, il regista di Videodrome, tornando a flirtare con la sci-fi e l’hard-boiled (o la sua parodia) rivisita i propri temi-demoni. E, nel farlo, ci consegna il Blow-Up del nostro tempo, innamorato voyeuristicamente della morte che pur rifiuta, inganna e disloca ossessivamente, ostaggio di poteri politico-economici sovranazionali, intelligenze artificiali, complotti reali o immaginari. Perché una qualsiasi verità, intanto, è diventata ancor meno attingibile e certa. Eccezion fatta, probabilmente, per lo straziante mutare della materia in cui si agita la nostra coscienza.

Emanuele Bucci

Wicked- Parte 2, arrivato al cinema ad un anno di distanza dal rilascio della prima parte, intitolata Wicked, abbandona i toni vivaci e sgargianti per affrontare tematiche più serie e oscure.

Il lungometraggio di Jon M. Chu porta i suoi personaggi a scontrarsi con nuove sfide, dove certezze e sicurezze devono essere abbandonate in favore della verità, che non può più essere ignorata. Un vero e proprio viaggio emotivo in cui il cuore pulsante della storia lo si ritrova nelle sue protagoniste, Elphaba (Cynthia Erivo) e Glinda (Ariana Grande, che in questo film ruba la scena), e nel loro complicato, ma sempre sincero, rapporto. Wicked-Parte 2 parla di coraggio, speranza, dramma, amore e amicizia mantenendo un approccio realistico, confermandosi uno dei titoli migliori e più interessanti di questo 2025.

 Rebecca Fulgosi

Ariana Grande e Cynthia Erivo in WICKED FOR GOOD. Courtesy of Universal Pictures
Ariana Grande e Cynthia Erivo in WICKED FOR GOOD. Courtesy of Universal Pictures

Ogni volta che James Cameron rilascia un nuovo capitolo della sua opera magna, il mondo si ferma.

L’industria ruggisce di gioia per gli incassi, le sale rumoreggiano per le folle che vanno e vengono, e l’arte e la tecnica compiono memorabili passi in avanti. Questo film è un atto d’accusa alla tirannia capitalista e colonialista dell’Occidente. È un canto d’amore per la bellezza naturale del mondo che va preservata. Ma è anche il modo di Cameron per rimarcare l’importanza dei legami che ci uniscono tra di noi, che ci legano e ci formano in positivo. Così come si uniscono le varie tribù dei Na’vi per difendere la propria casa, così noi dobbiamo unirci e proteggere la nostra patria che è “Il Cinema”, come luogo e come arte. Avatar: Fuoco e Cenere resterà al cinema ancora per parecchio tempo, e la gente non lo dimenticherà molto presto.

Francesco Gianfelici

Varang (Oona Chaplin) in 20th Century Studios’ AVATAR: FIRE AND ASH. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Life of Chuck, film tratto dall’omonimo racconto di Stephen King, è diretto da Mike Flanagan, uno dei maestri dell’horror contemporaneo. Ma il pregio migliore della sua filmografia, che annovera anche le meravigliose miniserie The Haunting of Hill House e The Haunting of Bly Manor, è che non si tratta mai di horror fine a sé stesso.

Flanagan utilizza il genere per parlare di tematiche profonde e assolute, come la famiglia, la religione e l’amore. E Life of Chuck parla proprio di amore. L’amore assoluto, puro e semplice per la vita. Perché per quanto un’esistenza possa apparire comune a un occhio superficiale, tutti noi conteniamo moltitudini. La moltitudine delle esperienze che viviamo, delle persone con cui ci leghiamo, anche solo per un attimo. Il film è un inno alla vita, in tutte le sue sfaccettature, dalla tristezza profonda alla felicità più alta. E come la vita è variegata, anche visivamente Life of Chuck è un caleidoscopio di colori e di bellezza. E l’ottimo cast, con un Tom Hiddleston straordinario e un Mark Hamill meravigliosamente intenso, sono la ciliegina che rende quest’opera una vera poesia su schermo.

Giulia Losi

“Questo film era l’unico modo di dare una forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda” (F. Maresco)

Il nichilismo di Franco Maresco è un buco nero che inghiotte tutto, e attorno a questo buco nero si attivano delle forze (degli sceneggiatori, dei produttori, della creatività di Maresco stesso) per strappare dei brandelli di senso alla sua forza disgregante. Impossibile produrre un film compiutamente narrativo (non la biografia in costume di San Giuseppe da Copertino, non l’incontro palermitano tra Carmelo Bene e l’agiografo Gaetano Mascellino); possibile recuperarne solo dei frammenti rabberciati, che nonostante tutto brillano come diamanti. Dai paesaggi costieri semi-desertici col sonoro di preghiere ossessive all’improbabile palestra teatrale per inculcare il depensamento ad attori semianalfabeti, dalla folgorante apparizione settimosigillesca di Antonio Rezza all’interrogazione con trabocchetto di cinicotelevisiva memoria (“Chi è il padre dei cretini?”): nulla di Un film fatto per Bene cade nel vuoto per chi ama la sua traiettoria allegramente suicida. Un film necessario per il suo totale sabotaggio delle logiche di profitto cinematografico.

Michela Zedda

Venezia 82, Un film fatto per Bene
Venezia 82, Un film fatto per Bene

After the Hunt è un film che lavora per sottrazione, scavando nelle crepe di un ambiente elegante e apparentemente rassicurante. Nei corridoi dell’Università di Yale, Luca Guadagnino costruisce un racconto teso e silenzioso, dove ogni sguardo pesa quanto una parola e nulla viene mai davvero chiarito.

La vicenda si muove su un equilibrio fragile fatto di attrazioni, ambizioni e responsabilità che si sovrappongono senza trovare una forma definitiva. Julia Roberts offre una delle prove più misurate e complesse della sua carriera recente, interpretando una docente costretta a fare i conti con incrinature tra ciò che insegna e ciò che vive. Andrew Garfield e Ayo Edebiri incarnano invece due poli di un conflitto che resta aperto fino alla fine. Il cuore del film risiede nella sua radicale rinuncia a fornire risposte. Guadagnino non cerca lo scandalo né il verdetto, ma lascia che l’ambiguità sedimenti, trasformando l’incertezza in esperienza cinematografica. Un’opera inquieta e controllata, che conferma la capacità del regista di cambiare pelle e di intercettare il disagio del presente.

Gaia Rotili

Julia Roberts e Andrew Garfield in After the Hunt di Luca Guadagnino. Courtesy of Amazon MGM Studios/La Biennale 2025
Julia Roberts e Andrew Garfield in After the Hunt di Luca Guadagnino. Courtesy of Amazon MGM Studios/La Biennale 2025
Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios © 2025 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

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